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martedì 3 gennaio 2017

Chiedi alla polvere - John Fante

Porto male la mia età. La mia gioventù, così poco sfruttata, è un vestito che non mi è mai calzato a pennello. Il più delle volte però non me ne cruccio. In un certo senso mi compiaccio della mia vetusta personalità e mi lascio nutrire da un certo gusto malinconico quando, invece di uscire, scelgo di rimanere rintanata in qualche luogo accogliente a leggere un libro, mentre il resto del mondo è fuori a scalpitare, a sguazzare felice e contento in un vocio continuo che parla di idee, di esperienze, di avventure.
Ma leggere è sempre stato il mio modo di conoscere e imparare, e posso dire di aver appreso dai libri più che da ogni altra cosa. Ancora adesso, la mia giornata ideale comincerebbe in una libreria, tra migliaia di tomi che attendono solo di essere letti e scoperti, e finirebbe su un divano, a leggere un volume di migliaia di pagine, con una tazza di tè fumante in mano.
In uno dei miei viaggi in libreria, ho scoperto John Fante e il suo Chiedi alla polvere. Quella copertina in bianco e nero, con il nome di Fante vergato in rosse lettere cubitali, mi attirava come nient'altro. In un certo senso presentivo un'intesa perfetta, che effettivamente c'è stata. Forse Arturo Bandini è il protagonista con cui mi sono identificata di più finora, complice la sua, a tratti odiosa, a tratti esilarante, umanità.
Mai avrei pensato che ad animare un piccolo romanzo di duecento pagine, sarebbe stato un protagonista del tutto fuori dalle righe, così dissimile dagli eroi letterari a cui siamo abituati e che alla lunga risultano deludenti e poco realistici. La verità, che solo i grandi capolavori custodiscono, è che tra gli uomini non vi sono eroi e Arturo Bandini  ne è la prova eclatante. Alieno tra le tante astratte creazioni letterarie, è un uomo in carne e ossa, facilmente associabile a un concreto prototipo di comportamento umano, eppure lontanissimo da quasiasi stereotipo, alter ego di uno scrittore che al sogno della letteratura dedicò tutta la sua vita, fino all'ultimo respiro. I parallelismi con l'autore non mancano e anche il nome italiano del protagonista non è poi così tanto anomalo per uno scrittore americano, se si pensa alle origini di Fante.
L'esistenza di Arturo Bandini non si discosta poi tanto da quella di un ordinario essere umano, impegnato a districarsi in un gioco di alti e bassi e a fare i conti con una vita intassellata di pretenziose ambizioni e cocenti delusioni. Come tanti, prima e dopo di lui, sogna di diventare uno scrittore, e a questo sogno così prezioso sacrifica la necessità di trovare un impiego stabile, come farebbe un uomo coscienzioso. Al contrario, si trasferisce a Los Angeles, che diventa a tutti gli effetti una co-protagonista, tanto adatta a rimpinguare lo spirito creativo del personaggio quanto a scarnificarne il portafogli e insabbiarne le speranze nella polvere delle sue strade. Arturo è quasi sempre al verde, costretto a dipendere ancora dalla madre, quando non vi sono alternative. Eppure quel poco denaro di cui dispone, non resiste molto nelle sue tasche. Si capisce quando il protagonista ne spende anche l'ultimo cent per un caffè disgustoso nel bar dove incontra Camilla. Le tribolazioni di questi due personaggi, infelici in modo diverso, finiscono per intrecciarsi e costituire gran parte del romanzo, l'uno troppo impegnato ad appianare le infinite contratture di un'esistenza complicata, per fare spazio all'amore, e l'altra un'anima adombrata dalla crudeltà di un amore non corrisposto. Inebetito da qualcosa a cui lui stesso non può dare un nome, Arturo si lascia sfuggire le numerose occasioni di mostrare a Camilla la sua virilità, fino a quando ebbro di alcol e di amore, riesce finalmente nell'intento. Eppure neanche questo basta e persino l'amore si rivela un'illusione destinata a polverizzarsi col resto.
Chiedi alla polvere è un romanzo senza fine, in fondo, o piuttosto un cerchio perfetto, in cui la fine sembra ricongiungersi quasi perfettamente all'inizio, tra pagine venate alternativamente di sublime lirismo e di ironica amarezza. Impossibile non innamorsene fin dalle prime righe:

“Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo, o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.”

sabato 31 dicembre 2016

Il buio oltre la siepe - Harper Lee

Capita che mi dimentichi di questo blog. In realtà non mi dimentico, lo abbandono di proposito. Per giorni, mesi, finchè poi non vince la necessità di scrivere. Allora mi risveglio da quel torpore apatico, per cui abbandono ogni cosa che inizio, mi riconcilio con le parole e torno qui.
Stavolta è per un libro bellissimo, Il buio oltre la siepe, bellissimo non solo per l'esperienza di lettura in sè, ma anche per il suo carico educativo e morale.  Io mi ero riproposta di comprarlo secoli fa e invece l'ho letto solo ora, alla fine di un anno volato via troppo in fretta. Non mi era bastato The Help per sprofondare nel mare torbido dei temi razziali, anzi alla fine della lettura ne ero riaffiorata talmente ammaliata da ripromettermi di vedere anche il film, e se non l'avete ancora letto e avete voglia di deliziarvi con la meravigliosa scrittura di Kathryn Stockett, allora compratelo perchè non ve ne pentirete. E sto finendo per parlare di The Help quando l'intenzione iniziale era scrivere qualcosina sul capolavoro della Lee. Quindi faccio marcia indietro.
Harper Lee, tanto amica di Truman Capote, ometto eccentrico che forse non tutti conoscono come un assoluto maestro di scrittura, autore dell'amatissimo Colazione da Tiffany, è l'autrice a cui dobbiamo la fortuna di poter leggere un libro così. Romanzo di medio spessore, se pensiamo alle 300 pagine, che volano via in un soffio, catapultandoci nel gorgo degli eventi che agitano una altrimenti tranquilla Maycomb. Atticus Finch è il primo nome che emerge dal mulinello di fatti e personaggi, a cui si finisce per affezionarsi come a una seconda famiglia. Abilitato alla professione di avvocato, che svolge con onestà e dedizione, è anche il severo quanto protettivo padre di famiglia, su cui, dopo la prematura dipartita della figura materna, grava l'impegnativo compito di educare due figli e destreggiarsi al contempo, nella delicata difesa di un nero accusato di stupro. Jem e Scout, armati dell'inesauribile curiosità dei bambini, crescono caparbi e intraprendenti ed è attraverso le loro avventure, che oscillano dal quotidiano al grottesco, che si dipana l'intreccio del romanzo.  Lo stile allegro e sagace che scaturisce dallo sguardo vivace e attento della piccola Scout, a cui è affidata la narrazione, è il canale che punta dritto al cuore dell'autrice e ne svela l'ardente caparbietà nello schierarsi contro i pregiudizi razziali e l'abilità nel porsi al confine degli eventi, in modo che il lettore possa giudicare da sè e trovare autonamente un'interpretazione ai fatti, fino al tanto atteso disvelamento della verità. Diventa così essenziale imparare a discernere tra l'interpretazione più facile e quella più vera, in un puzzle apparentemente sconnesso di eventi, come quando un incendio si fagocita la casa di Miss Maudie o quando l'oscuro alone di sospetti che orbitano intorno al misterioso Boo Radley rischia di affossarne per sempre la già compromessa reputazione. Basta avere un po' di coraggio per scavalcare la siepe e portare un po' di luce in quel buio che è la nostra stessa mente a rendere così denso e pesto. 


“Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a palla ovale, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere il pallone al volo.
Poi, quando di anni ne furon trascorsi tanti da poterli ormai ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalir molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.”

venerdì 12 agosto 2016

Letture parallele

Questo è un periodo strano per me lettrice. Nel senso che non compro un libro da, veramente, secoli. L'ultimo che ho letto mi è stato regalato, per dire. Eppure non ho mai letto così tanti libri insieme. Sto tradendo la regola ferrea che mi sono sempre imposta, di non leggere più libri contemporaneamente.
Un giorno vedo Oceano Mare nella libreria e penso che sia arrivato il momento di leggerlo, e che se non l'ho ancora letto sono una stupida, dato che dicono che sia bellissimo. Ma Oceano mare, dopo qualche pagina, per qualche motivo, non scende, non riesco a digerirlo, e a ogni nuova pagina naufrago dentro l'anarchia sintattica di Baricco e non riesco a districarmi tra i periodi che si ribellano a ogni logica, alle proposizioni che si rincorrono senza regole precise, orogliosamente inconformi a qualsiasi canone letterario. Ma spero comunque, prima o poi, di finirlo e di parlarne qui sul blog, ovviamente male.

Secondo libro sul comodino: Moby Dick. A dire la verità, sul comodino non ci sta mai. Ogni volta che lo leggo, con la sua copertina bianca immacolata, di quelle di una volta, o meglio che leggo qualche pagina, poi lo ripongo subito a riparo tra gli altri libri nello scaffale e finisce che me lo dimentico. Ma quel “chiamatemi Ismael” è, oltre che uno dei più famosi incipit della letteratura, un richiamo irresistibile e sublime per un lettore, e finisce ogni volta per stregarmi. Mi sento ogni volta come la piccola Matilde di Dahl, con l'unica differenza che lei l'ha letto almeno un milione di volte e io non sono ancora a metà. Ma resto fiduciosa. Pagina dopo pagina arriverò alla fine di quest'opera. Del resto sono partita anche io insieme ad Achab&co quando ho scelto Moby Dick, e da questo viaggio non si torna indetro.

Terzo in lettura è I miserabili, o meglio la seconda parte, poichè ho un'edizione divisa in due volumi. Mi ero presa una pausa per me del tutto giustificata da Fantine, dai Thenardier e da Jean Valjean, e da tutti gli altri. Non perchè non sia un'opera straordinaria, e lo è, in tutta verità, ma perchè la scissione in due tomi, mi sembrava la scusa perfetta per dedicarmi anche ad altre letture, dato che I Miserabili è un romanzo mastodontico. Avevo lasciato Cosette nel pieno tumulto della crescita e un Marius appena abbozzato, che ora sono cresciutelli e pronti a innamorarsi. E l'amore come lo racconta Hugo è una di quelle meraviglie letterarie che secondo me un lettore assennato non dovrebbe mai perdersi nella vita. Senza dimenticarsi di Jean Valjean che è uno dei miei eroi letterari preferiti.

E dulcis in fundo, l'Ulysse di Joyce. Il serio, imponente, sfuggente, monumentale, sesquipedale, mastodontico, elefante della letteratura. Grande come pochi altri. Che andrebbe letto, ma fa paura, anche per via della fama che lo precede. Ma questo libro mi fa impazzire, in senso positivo ovviamente, innanzitutto per il parallelismo intrinseco con l'opera forse più apprezzata, almeno da me, di Omero, (non per svalutare l'Iliade ma Ulisse è Ulisse), che si ritrova poi nella divisione dei capitoli e nella costruzione dei personaggi, ma anche per la potenza narrativa, talmente peculiare da sbaragliare qualsiasi paragone. La parola di Joyce è qualcosa che si avvicina alla forma suprema della scrittura, e guarda ogni cosa dall'alto in basso, dal podio delle perfezioni irraggiungibili.

 E voi? Cosa state leggendo al momento? Vi è mai capitato di leggere più libri contemporaneamente?

martedì 2 agosto 2016

Lo strano caso di una blogger indecisa


Bello, bellissimo, dopo due settimane senza internet, tornare qui, sul blog, rivedere la forma che gli ho dato, e apprezzarla come se la vedessi per la prima volta, come un visitatore e non come quella che si occupa di questo posto.
Perché sì, anche questo è un posto ed è incredibile pensare a quante cose possa contenere. Miliardi, tra immagini e parole. In fondo non è poi così terribile avere un blog, non è poi così terribile averlo adorato e poi odiato, essersi entusiasmati per aver creato qualcosa e subito dopo averlo disprezzato. Non è poi così terribile aver pensato di trasformarlo in un non-posto, di rigettarlo nell'astratta marea del nulla, di disfarsene come un vestito vecchio. Tipico. Di me. Fin troppo prevedibile. Ragazza negativamente tenace. Caparbia quando non devo. O forse dovevo. Forse mi sono sopravvalutata.
Pensavo di poter leggere abbastanza libri per gestire un blog sui libri, ma le cose sono leggermente cambiate da qualche anno a questa parte. Leggere non mi impegna più come prima. Mi piace ancora, ma non si fagocita tutto il mio tempo. Un po' mi dispiace, anzi mi dispiace tantissimo ma l'anno scorso è finita che ho letto poco, vergognosamente poco. Libri cominciati e mai finiti. Penso che continuerò comunque a parlare di libri che rimangono il mio sempiterno interesse, e di altre cose, e a pensare presuntuosamente che possa nascere qualcosa di bello da un momento all'altro.