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mercoledì 18 febbraio 2015

Dio di illusioni - Donna Tartt



Titolo originale: The secret history
 Pagine: 622 


Con i libri belli è un bel problema. Nel senso che quello che vorrei dire su di loro mi appare sempre troppo superfluo, e forse non è nemmeno una questione di impressioni soggettive, semplicemente è superfluo. Ultimamente mi capita di finire un libro e di ricamarci sopra un sacco di frasi che cominciano con un però. "Però si sarebbe potuto concludere in un altro modo", "Però non mi è piaciuto questo passaggio", però, però, però. Stavolta niente ma, niente però.

Un college, cinque ragazzi che si estraniano da tutti gli altri studenti, per frequentare un corso di greco, nel grande studio di un eccentrico professore. Nel loro piccolo mondo i cinque accolgono un nuovo studente, Richard Papen ai cui occhi, loro appaiono come creature leggendarie. Ne rimane infatti tanto ammaliato da assecondarne ogni capriccio, ogni sprazzo di follia, fino a che succede qualcosa che tramuta degli studenti atipici in gelidi assassini.

Alla fine non sapevo nemmeno che cosa pensare. Il primo, primissimo, impulso, appena girata l'ultima pagina, è stato quello di rileggere tutto dall'inizio. E l'ho anche fatto, per qualche pagina, per poi rendermi conto che era assurdo. Ma lasciare quei personaggi, quella storia, quello stile sembrava impossibile. La storia così tragica, o meglio, così tragicamente verosimile, dovrebbe imporre l'abbandono della lettura a qualsiasi lettore assennato, che si renda conto che quello che c'è scritto in questo romanzo, non ha niente di umano, eppure è così umanamente possibile. Cose peggiori di questa accadono sempre, ovunque, eppure fingiamo ancora di meravigliarci se siamo in grado di saltare senza problemi l'abisso che c'è tra il bene e il male, tra quello che ci è stato detto che è giusto fare e quello che siamo portati a fare. Esseri umani e non esserlo. Ma cos'è più umano, la compassione, la pietà verso gli altri o l'irrefrenabile istinto di conservazione?


Quello che accade, quando i protagonisti decidono di smettere ogni finzione, di trasformare in realtà quello che segretamente complottano, è indicibile, eppure sembra l'unica evoluzione possibile per la storia. Qualsiasi altra possibilità, che non sia così irreversibile, è preferibile per noi che leggiamo, ma impossibile per i protagonisti, che scelgono l'unica soluzione da cui non si può tornare indietro, la migliore per chi ha un cuore di ghiaccio, o per chi un cuore non ce l'ha proprio e non ha intenzione di lasciarsi scalfire da ogni ragionevole dubbio. Si deve procedere subito in fretta, senza curarsi del dopo.


Al dopo si lasciano sempre i sensi di colpa, ma qui per i sensi di colpa, non c'è tempo, non c'è spazio. C'è spazio soltanto per la prossima mossa, a cui bisogna pensare prima che diventi troppo tardi. Troppo tardi per i protagonisti è un tempo che non deve esistere, per loro c'è solo il futuro immediato, non il passato da infangare di rimorsi. Loro pensano a rimanere uniti, a proteggersi a vicenda, nonostante le innumerevoli crepe che minacciano di separarli, forse per sempre. Non esistono morti da piangere, rimorsi da accogliere nella coscienza, certo sono dispiaciuti, stanno male  “ma non così male da voler andare in prigione”. Loro sono quelli a cui è stata concessa l'appartenenza a un circolo esclusivo, eppure di esclusivo non hanno che la loro pretenziosa conoscenza del greco. Sono esseri normali, ciascuno con i suoi scheletri nell'armadio, eppure si esiliano da tutto e da tutti, lontani dalle logiche troppo comuni della vita universitaria, studenti come numeri. Si ritengono abbastanza superiori da tentare di possedere la bellezza della conoscenza, quella che è oltre i nostri occhi, oltre le nostre coscienze. Quella a cui si può arrivare soltanto liberandosi di se stessi, dei propri corpi ingombranti. Sono pronti a votarsi a un'illusione, pronti a tutto perché questa soverchi la realtà, le si sostituisca in un pericoloso smarrimento dei sensi.
Quando lo si legge nel libro, la rivelazione fa l'effetto di un pugno nello stomaco. 

 (Segue spoiler)
«Non so da dove cominciare.» Si fermò e bevve. «Ti ricordi quest'autunno, alla lezione di Julian, quando studiammo ciò che Platone chiama follia iniziatica? Bakcheia? Estasi dionisiaca?»
«Sì» risposi, impaziente. Era tipico di Henry tirar fuori un simile argomento proprio ora. 
«Be', decidemmo di provare a raggiungerla.»
Per un attimo pensai di non aver capito bene. «Cosa?» chiesi.

Esattamente: cosa? Ma è proprio questo l'evento scatenante. Ci provano diverse volte, si prendono seriamente, sono sempre più vicini all'obiettivo, ma devono fermarsi perché qualcosa, qualcuno li blocca. Il più ridanciano del gruppo, che non prende abbastanza seriamente la faccenda, deve essere escluso. Difficile da credere, ma questi attori dalle mille perfezioni, giovani, intelligenti, commettono un errore gravissimo. E tutto il resto del libro parla di loro che ne pagano le conseguenze.
Staccarsi dalla vicenda è impossibile. I personaggi hanno un fascino incredibile, ognuno illuminato dalle proprie peculiarità, che invece di renderli abietti e immorali, ne fanno tra i personaggi più interessanti di sempre. E Donna Tartt rende tutto ancora più grande e magnifico, con il linguaggio, pieno, ricco di sfumature, poetico a tratti, intrigante sempre.

“Il greco era ostico, e io ancora sotto gli effetti del bere: così mi ci ero applicato talmente a lungo che le lettere non mi parevano più tali, bensì qualcosa d'altro, indecifrabili orme d'uccello sulla sabbia. Fissavo fuori dalla finestra, in una sorta di trance, verso il prato con l'erba tagliata corta, simile a un velluto verde brillante risalente sino alle lussureggianti colline all'orizzonte, quando vidi in lontananza i gemelli, che planavano sul prato come una coppia di spettri.”


“La neve sulle montagne si stava sciogliendo e Bunny era già morto da molte settimane prima che arrivassimo a comprendere la gravità della nostra situazione. Era già morto da dieci giorni quando lo trovarono, sapete. Fu la più grande battuta della storia del Vermont - polizia dello Stato, FBI, persino un elicottero dell'esercito; il college chiuse, la fabbrica di colori ad Hampden serrò i battenti, la gente veniva dal New Hampshire, dal nord dello Stato di New York, addirittura da Boston.” 

lunedì 9 febbraio 2015

Il baco da seta - Robert Galbraith (o J.K Rowling)



Eccomi qua, per la prima volta, dopo tutti gli Harry Potter, dopo Il seggio vacante e Il richiamo del cuculo, a parlare dell'ultimo (grande) lavoro di una mente magica. Mi sembra quasi di conoscerla bene, questa scrittrice che da due libri a questa parte, si firma con pseudonimo, anche se tutti ormai sappiamo benissimo chi è; certo, non l'ho mai sentita parlare, non conosco il modo in cui ride, né, se e come gesticoli, ma mi sembra quasi di vederla, mentre scrive, nel luogo che ha predestinato alla scrittura e disseminato di fogli ricoperti di appunti, con la testa lievemente inclinata, concentrata a scrivere quello che probabilmente incanterà centinaia di persone. Il baco da seta, a incantare ci riesce pienamente.Il primo sbocco di questa nuova vena che pulsa di sangue di detective, aveva un nome strano che non evocava nulla se non l'eco ridondante di un orologio a cucù: Il richiamo del cuculo, si faceva leggere e anche velocemente. Come per l'esito di una magia assorbita dalle pagine, anche stavolta si arriva alla fine senza rendersi conto che i segnali di chiusura si sono già infilati prepotentemente tra le pagine. 
«Anche se non gli piaceva il soprannome affibbiatogli da Anstis, "Mystic Bob", in quel momento Strike percepiva l'avvicinarsi di un pericolo, quasi come quando aveva previsto che il Viking stava per saltare in aria con loro dentro. La chiamavano intuizione, ma lui sapeva che si trattava piuttosto di riuscire a cogliere sottili segnali, di fare due più due a livello inconscio. Il ritratto dell'assassino stava emergendo dalla massa incoerente di indizi, ed era un'immagine terribile e spietata: una mente ossessiva e violenta, calcolatrice, geniale, ma profondamente disturbata».
Sembra quasi la formula di un libro di magia che insegni come fare un buon incantesimo di scrittura, basta che a pronunciarlo sia chi conosce il segreto della letteratura e non si cura di mostrarlo anche agli altri. Incuriosire il lettore, fare breccia nel suo cuore, con l'accattivante promessa di andare a caccia di un assatanato e folle omicida, sembra per la Rowling facile come bere un bicchier d'acqua, e per noi, lettori dal cuore fin troppo potter-labile, seguirla nella costruzione di una storia avvincente e inarrestabile, lo è altrettanto. Immediata, la connessione che si stabilisce sin da subito tra le chiare premesse della trama nelle prime pagine e le aspettative del lettore. In mezzo, a  fare da spartiacque, la narrazione fluida e lineare, senza pause, solo forse con qualche forzatura di troppo, e i dialoghi semplici e ritmici, che dicono tutta la verità su chi parla, senza lasciare niente nascosto,  o quasi, permettendoci di estrarre il contenuto di ogni personaggio dal bozzolo di mistero in cui è rinchiuso. 
L'ho cercato questo riferimento, non affatto casuale, perché i titoli dei romanzi sono sempre l'elemento che mi suscita più meraviglia, dato che ogni volta mi arrovello per cercarne il significato, a meno che non sia chiaramente spiattellato dall'autore. Qui invece ne è lento e graduale lo svelamento, perché direttamente collegato alla trama, al modo in cui muore la vittima, che finisce per diventare un bombyx mori, il titolo del suo stesso romanzo, un baco da seta. Riecheggia anche in questa, come in ogni sua produzione, la simpatia che l'autrice ha per il latino, (passi delle opere di Virgilio comparivano ne Il richiamo del cuculo), per la drammaturgia, per tutte quelle cose che si è presa la briga di inserire nel libro per noi, non solo per la scelta del Bombyx mori ma anche per le frasi in latino disseminate copiosamente nel libro e i frammenti di drammi inglesi, presi in prestito da Shakespeare, Webster, Marlowe, Kyd, Congreve e Jonson.

Ah, ah, ah! Tu ti intrappoli nel tuo stesso lavoro come un baco da seta.
John Webster, Il diavolo bianco.

Arrivata alla fine di questo libro, l'ho immaginata ancora, questa scrittrice inglese dalle mille idee straordinarie, seduta a comporre lentamente l'ultima parola, con un sorrisetto ironico sulla faccia, conscia di aver scritto l'ennesima, brillante, storia. 


I.
«Sarà meglio» mormorò la voce rauca all'altro capo della linea, «che sia morto qualcuno di grosso, Strike».
L'uomo alto, robusto e mal rasato sorrise tra sé, mentre camminava con passo pesante nel buio prima dell'alba, il telefono incollato all'orecchio.
«Più o meno».
«Ma sono le sei del mattino, porca puttana!»
«Le sei e mezza. Ma se t'interessa quello che ho in mano, devi venirtelo a prendere» disse Cormoran Strike. «Non sono lontano da te. «C'è un...»
«Come fai a sapere dove abito?» chiese la voce.
«Me l'hai detto tu» rispose Strike, soffocando uno sbadiglio. «Stai vendendo il tuo appartamento».
«Oh» fece l'altro, ammorbidito. «Hai buona memoria».
«C'è un bar aperto ventiquattr'ore su...»
«Fanculo. Passa dopo in ufficio...»
«Culpepper, stamattina ho un altro cliente, che mi paga meglio di te. Sono stato sveglio tutta la notte. Questa roba ti serve adesso, se hai intenzione di usarla».
Un gemito. Strike sentì frusciare le lenzuola.
«Spero che sia una bomba, cazzo».
«Smithfield Café, sulla Long Lane» disse Strike, prima di chiudere la comunicazione.