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martedì 22 settembre 2015

Una famiglia quasi perfetta - Jane Shemilt / Book review

Titolo originale: Daughter
Pagine: 330 

Jenny non conosce i pensieri di sua figlia, da un anno ormai. O potrebbe essere da più tempo, da quel momento in cui i figli smettono di ascoltare i genitori e i genitori smettono di insistere. Ora che Naomi non c'è più, sono tante le cose per cui Jenny si rimprovera. Avrebbe dovuto fare più attenzione ai particolari, ai dettagli, alle smorfie, ai mezzi sorrisi, ai vuoti di parole, ai discorsi troppo spesso rimandati. Se solo avesse ascoltato, se solo fosse stata più presente. A un anno dalla sua scomparsa, sembra troppo tardi per capire cosa le sia successo, è passato molto tempo, un tempo che si è riempito di rimorsi e di ricerche infruttuose, di una caccia all'uomo lungo una pista di indizi insufficienti, un diario con delle annotazioni sconnesse, gli abiti dimessi della passata recita scolastica, un furgoncino blu a cui nessuno ha mai fatto caso, ma che diventa improvvisamente importante quando lasciato a deteriorarsi nelle spire distruttive del fuoco, per disintegrare ogni traccia di quello che potrebbe essere o è stato. Da un novembre all'altro non è cambiato nulla, né le ricerche hanno riportato indietro Naomi, né il tempo ha ridimensionato l'angoscia di chi ha dovuto fare i conti con l'orrore più grande, la perdita di un figlio. O di una sorella. 
A una madre che ha guardato sua figlia muovere i suoi primi e ultimi passi, da quando ha imparato a camminare, a quando è uscita di casa, in equilibrio su tacchi vertiginosi, e non più tornata, non rimane che un blocco di fogli bianchi su cui ricominciare a disegnare la vita, partendo dai dettagli che non ci sono più.
Jenny e Ted, Ed e Theo sono i pezzi che rimangono di una famiglia, come tante, che si credeva perfetta ma perfetta non lo era nemmeno lontanamente. Il copione è sempre quello, ma la vita reale non tollera attori inadeguati al ruolo. Una figlia che scompare, un marito che tradisce la moglie e dei figli che nascondono piccoli o grandi segreti sono troppo pure per drammi di americana bellezza. Quando si è sotto la luce dei riflettori, nemmeno l'atmosfera che il nuovo anno ha saturato di speranza, o un meraviglioso cottage nel Dorset o la neve che cade copiosa riescono a coprire quello che ormai è invisibile soltanto agli occhi di chi non vuole vedere. 
Forse lo spettacolo apparirà più godibile da un'altra prospettiva, se ci si allontanerà un po', e si deporranno la cecità e le armi inutili. Allora, forse, anche un cuore incredulo potrà scorgere la verità.



Dorset 2010. Un anno dopo. Le giornate si accorciano. Sul prato sono sparse le mele cadute, la polpa beccata dai corvi. Oggi, prendendo dei ciocchi dalla catasta al riparo del tetto, ne ho calpestata una già rammollita; si è sfatta sotto il mio piede. Novembre. Ho sempre freddo, ma lei potrebbe averne di più. Perché dovrei cercare di star bene? Come potrei?

domenica 13 settembre 2015

L'incastro (im)perfetto - Colleen Hoover

Gli darai tutto quello che hai. Ti aspetterai tutto quello che non può darti. L'amore, noi lo conosciamo, infedele o bugiardo. E poi c'è il peggior tipo. L'amore che non vuole essere chiamato amore, che consuma tutto lo spazio tra due persone e si dissolve prima di assumere una forma propria, di definirsi dentro baci, carezze e altre smancerie da fidanzati, perché quello è il segno che le cose si stanno complicando quando non dovrebbero, quando invece dovrebbero fermarsi, non procedere più,  congelarsi in una forma che è più brutale ma più sicura dell'amore, in cui basta che ci sia attrazione reciproca e qualche semplice regola ad arginare eventuali fuoriprogramma, a impedire che il rapporto non degeneri, non vada oltre le linee, che nessuno legga tra le righe quello che tra le righe non c'è. Ugly love. Perché? Perché l'amore può essere brutto, tanto quanto sa essere bello. Inciampa sui nervi scoperti, cade in ginocchio sui tasti dolenti. È amore fortissimo un attimo, e un attimo dopo non lo è più.
Tate e Miles sono i due pezzi dell'incastro imperfetto, come ha voluto la traduzione italiana. Si conoscono e si scoprono attratti l'uno dall'altra, è una sfida, una partita in cui si fronteggiano il bello e il brutto dell'amore, in una lotta continua. Tate, è una donna, è come tutte. Si sa quello che vuole dalla prima volta in cui i suoi occhi incontrano quelli di lui. Anche se meno efficace di un'immagine, la scrittura qui sa essere evocativa. Ma di Miles non sappiamo niente, mentre vorremmo sapere tutto, quel tutto che si alterna all'intreccio principale, una storia incastrata nella storia, un altro romanzo nel romanzo. 
Il punto di vista femminile non è l'unico di cui possiamo apprezzare le infinite sfumature.  Il mondo qui, ha due interpreti, due punti di vista da cui ci possiamo divertire a osservarlo, senza chiederci quanto possa risultare realistico il mondo visto con gli occhi di un uomo, se a parlarcene è una donna, perché in fondo è una finzione, e non ci importa. Non ci importa nemmeno che non sia tanto originale, che sia una storia scritta e riscritta, vista e rivista, l'ennesimo di quei canovacci con cui cinema e letteratura ci hanno già ampiamente subissato. La storia funziona, si legge, è la classica lettura che non impiega più di due giorni a consumarsi, e per qualche motivo rimane impressa, pur non essendo un esempio di quella letteratura a cui si dovrebbe aspirare, sia come scrittori che come lettori.


«Qualcuno ti ha pugnalato al collo, signorina.»
Spalanco gli occhi e mi giro lentamente verso l'anziano signore al mio fianco. Questi preme il pulsante dell'ascensore, mi guarda con un sorriso e indica il mio collo.
«La voglia» mi dice.
D'istinto porto una mano sulla piccola voglia circolare appena sotto l'orecchio.
«Mio nonno diceva che la posizione di una voglia racconta la storia di come una persona ha perso la vita nel suo passato. Direi che tu sei stata pugnalata al collo. Ma scommetto che è stata una morte rapida.»




giovedì 3 settembre 2015

Il cardellino - Donna Tartt



Quanto rumore ha fatto il cardellino quando è uscito dal suo guscio, un po' più di un crac, una crepa sonora sull'involucro di aspettative che separa un romanzo dal mondo. C'è chi lo attendeva, chi vi avrà colto subito le premesse di un'infatuazione generale, chi lo ha trasformato in Pulitzer e chi invece non vi ha badato subito e ha udito in ritardo l'eco delle voci di chi i libri li legge, li scrive e li critica, nella difficile impresa di guidare il mondo nelle sue scelte letterarie.

Penso di appartenere all'ultima categoria, io che di Donna Tartt non sapevo nulla, ho snobbato il Cardellino con estrema facilità, preferendogli l'edizione rinnovata di Dio di illusioni, della stessa autrice. Quello che mi serviva per amare Donna Tartt, per inneggiare al suo stile, per desiderare che invece di aver scritto un libro ogni dieci anni, ne avesse scritto almeno uno all'anno, perché a quest'ora probabilmente li avrei tutti sullo scaffale, tutto quello che mi serviva l'ho trovato in quella “storia segreta” che oltre a essere un'opera prima è anche, e prima di tutto, un capolavoro. E di più non mi serviva.
Quando ho comprato tempo dopo Il cardellino, uscito nel frattempo in edizione economica, sapevo cosa aspettarmi ma sapevo anche cosa non aspettarmi. Non mi aspettavo un libro migliore di dio di illusioni, perché di solito le idee, la creatività non crescono nel tempo, semmai sbiadiscono.
Il cardellino non è l'eccezione che conferma la regola, ma solo la regola che si ripete per l'ennesima volta, un romanzo che imita il romanzo, una storia che cerca un motivo e non lo trova, dita che pizzicano una corda che non esiste. Più che un romanzo, the goldfinch a me è sembrato un'opera edile, un sommo grattacielo fatto di periodi bellissimi e di fin troppo lucide e articolate considerazioni sull'esistenza, che non bastano, però, per fare di un semplice mattone un palazzo stabile e solido.
Intreccio disordinato e caotico, personaggi ambigui e un'incredibile quantità di fatti dentro cui, inevitabilmente, ci si smarrisce. Il senso di perdizione potrebbe essere il filo conduttore di tutto il romanzo, a un estremo e all'altro del quale, ci sono Theo bambino e Theo adulto, e in mezzo le sue peregrinazioni fisiche e mentali, il dolore e la perdita, la necessità di tenere tutto nascosto, di impedire alla verità di diventare realtà tangibile e concreta.
Sempre e comunque, Theo contro sé stesso, contro il fato, contro tutto, sballottato continuamente da un luogo all'altro, tra finti buoni e cattivi veri, in un fiume di pagine, tantissime. Un'epopea infinita, un romanzo di Dickens.

Non sono la storia di Theo o il cardellino o il numero delle pagine a qualificare questo romanzo. Il cardellino si legge non per l'originalità della storia, ma per lo stile inconfondibile, la prova di una bravura indiscutibile, si legge per certe frasi stupende e per quelle ultime pagine, bellissime, scritte chissà come, se di getto, o come risultato di una lunga elaborazione. Sta di fatto che non si dimenticano.
Ecco l'incipit:

"Quand'ero ancora ad Amsterdam, per la prima volta dopo anni sognai mia madre. Ero rimasto confinato nella mia stanza d'albergo per più di una settimana, terrorizzato all'idea di chiamare chicchessia o di mettere il naso fuori, il cuore che fremeva e sussultava anche al più innocuo dei rumori: il campanello dell'ascensore, l'andirivieni del carrello del minibar, persino i campanili delle chiese che scandivano le ore, de Westertoren, Krijtberg, un clangore dai contorni vagamente oscuri, come i presagi di sventura delle fiabe. "