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sabato 31 dicembre 2016

Il buio oltre la siepe - Harper Lee

Capita che mi dimentichi di questo blog. In realtà non mi dimentico, lo abbandono di proposito. Per giorni, mesi, finchè poi non vince la necessità di scrivere. Allora mi risveglio da quel torpore apatico, per cui abbandono ogni cosa che inizio, mi riconcilio con le parole e torno qui.
Stavolta è per un libro bellissimo, Il buio oltre la siepe, bellissimo non solo per l'esperienza di lettura in sè, ma anche per il suo carico educativo e morale.  Io mi ero riproposta di comprarlo secoli fa e invece l'ho letto solo ora, alla fine di un anno volato via troppo in fretta. Non mi era bastato The Help per sprofondare nel mare torbido dei temi razziali, anzi alla fine della lettura ne ero riaffiorata talmente ammaliata da ripromettermi di vedere anche il film, e se non l'avete ancora letto e avete voglia di deliziarvi con la meravigliosa scrittura di Kathryn Stockett, allora compratelo perchè non ve ne pentirete. E sto finendo per parlare di The Help quando l'intenzione iniziale era scrivere qualcosina sul capolavoro della Lee. Quindi faccio marcia indietro.
Harper Lee, tanto amica di Truman Capote, ometto eccentrico che forse non tutti conoscono come un assoluto maestro di scrittura, autore dell'amatissimo Colazione da Tiffany, è l'autrice a cui dobbiamo la fortuna di poter leggere un libro così. Romanzo di medio spessore, se pensiamo alle 300 pagine, che volano via in un soffio, catapultandoci nel gorgo degli eventi che agitano una altrimenti tranquilla Maycomb. Atticus Finch è il primo nome che emerge dal mulinello di fatti e personaggi, a cui si finisce per affezionarsi come a una seconda famiglia. Abilitato alla professione di avvocato, che svolge con onestà e dedizione, è anche il severo quanto protettivo padre di famiglia, su cui, dopo la prematura dipartita della figura materna, grava l'impegnativo compito di educare due figli e destreggiarsi al contempo, nella delicata difesa di un nero accusato di stupro. Jem e Scout, armati dell'inesauribile curiosità dei bambini, crescono caparbi e intraprendenti ed è attraverso le loro avventure, che oscillano dal quotidiano al grottesco, che si dipana l'intreccio del romanzo.  Lo stile allegro e sagace che scaturisce dallo sguardo vivace e attento della piccola Scout, a cui è affidata la narrazione, è il canale che punta dritto al cuore dell'autrice e ne svela l'ardente caparbietà nello schierarsi contro i pregiudizi razziali e l'abilità nel porsi al confine degli eventi, in modo che il lettore possa giudicare da sè e trovare autonamente un'interpretazione ai fatti, fino al tanto atteso disvelamento della verità. Diventa così essenziale imparare a discernere tra l'interpretazione più facile e quella più vera, in un puzzle apparentemente sconnesso di eventi, come quando un incendio si fagocita la casa di Miss Maudie o quando l'oscuro alone di sospetti che orbitano intorno al misterioso Boo Radley rischia di affossarne per sempre la già compromessa reputazione. Basta avere un po' di coraggio per scavalcare la siepe e portare un po' di luce in quel buio che è la nostra stessa mente a rendere così denso e pesto. 


“Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a palla ovale, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere il pallone al volo.
Poi, quando di anni ne furon trascorsi tanti da poterli ormai ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalir molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.”

venerdì 12 agosto 2016

Letture parallele

Questo è un periodo strano per me lettrice. Nel senso che non compro un libro da, veramente, secoli. L'ultimo che ho letto mi è stato regalato, per dire. Eppure non ho mai letto così tanti libri insieme. Sto tradendo la regola ferrea che mi sono sempre imposta, di non leggere più libri contemporaneamente.
Un giorno vedo Oceano Mare nella libreria e penso che sia arrivato il momento di leggerlo, e che se non l'ho ancora letto sono una stupida, dato che dicono che sia bellissimo. Ma Oceano mare, dopo qualche pagina, per qualche motivo, non scende, non riesco a digerirlo, e a ogni nuova pagina naufrago dentro l'anarchia sintattica di Baricco e non riesco a districarmi tra i periodi che si ribellano a ogni logica, alle proposizioni che si rincorrono senza regole precise, orogliosamente inconformi a qualsiasi canone letterario. Ma spero comunque, prima o poi, di finirlo e di parlarne qui sul blog, ovviamente male.

Secondo libro sul comodino: Moby Dick. A dire la verità, sul comodino non ci sta mai. Ogni volta che lo leggo, con la sua copertina bianca immacolata, di quelle di una volta, o meglio che leggo qualche pagina, poi lo ripongo subito a riparo tra gli altri libri nello scaffale e finisce che me lo dimentico. Ma quel “chiamatemi Ismael” è, oltre che uno dei più famosi incipit della letteratura, un richiamo irresistibile e sublime per un lettore, e finisce ogni volta per stregarmi. Mi sento ogni volta come la piccola Matilde di Dahl, con l'unica differenza che lei l'ha letto almeno un milione di volte e io non sono ancora a metà. Ma resto fiduciosa. Pagina dopo pagina arriverò alla fine di quest'opera. Del resto sono partita anche io insieme ad Achab&co quando ho scelto Moby Dick, e da questo viaggio non si torna indetro.

Terzo in lettura è I miserabili, o meglio la seconda parte, poichè ho un'edizione divisa in due volumi. Mi ero presa una pausa per me del tutto giustificata da Fantine, dai Thenardier e da Jean Valjean, e da tutti gli altri. Non perchè non sia un'opera straordinaria, e lo è, in tutta verità, ma perchè la scissione in due tomi, mi sembrava la scusa perfetta per dedicarmi anche ad altre letture, dato che I Miserabili è un romanzo mastodontico. Avevo lasciato Cosette nel pieno tumulto della crescita e un Marius appena abbozzato, che ora sono cresciutelli e pronti a innamorarsi. E l'amore come lo racconta Hugo è una di quelle meraviglie letterarie che secondo me un lettore assennato non dovrebbe mai perdersi nella vita. Senza dimenticarsi di Jean Valjean che è uno dei miei eroi letterari preferiti.

E dulcis in fundo, l'Ulysse di Joyce. Il serio, imponente, sfuggente, monumentale, sesquipedale, mastodontico, elefante della letteratura. Grande come pochi altri. Che andrebbe letto, ma fa paura, anche per via della fama che lo precede. Ma questo libro mi fa impazzire, in senso positivo ovviamente, innanzitutto per il parallelismo intrinseco con l'opera forse più apprezzata, almeno da me, di Omero, (non per svalutare l'Iliade ma Ulisse è Ulisse), che si ritrova poi nella divisione dei capitoli e nella costruzione dei personaggi, ma anche per la potenza narrativa, talmente peculiare da sbaragliare qualsiasi paragone. La parola di Joyce è qualcosa che si avvicina alla forma suprema della scrittura, e guarda ogni cosa dall'alto in basso, dal podio delle perfezioni irraggiungibili.

 E voi? Cosa state leggendo al momento? Vi è mai capitato di leggere più libri contemporaneamente?

martedì 2 agosto 2016

Lo strano caso di una blogger indecisa


Bello, bellissimo, dopo due settimane senza internet, tornare qui, sul blog, rivedere la forma che gli ho dato, e apprezzarla come se la vedessi per la prima volta, come un visitatore e non come quella che si occupa di questo posto.
Perché sì, anche questo è un posto ed è incredibile pensare a quante cose possa contenere. Miliardi, tra immagini e parole. In fondo non è poi così terribile avere un blog, non è poi così terribile averlo adorato e poi odiato, essersi entusiasmati per aver creato qualcosa e subito dopo averlo disprezzato. Non è poi così terribile aver pensato di trasformarlo in un non-posto, di rigettarlo nell'astratta marea del nulla, di disfarsene come un vestito vecchio. Tipico. Di me. Fin troppo prevedibile. Ragazza negativamente tenace. Caparbia quando non devo. O forse dovevo. Forse mi sono sopravvalutata.
Pensavo di poter leggere abbastanza libri per gestire un blog sui libri, ma le cose sono leggermente cambiate da qualche anno a questa parte. Leggere non mi impegna più come prima. Mi piace ancora, ma non si fagocita tutto il mio tempo. Un po' mi dispiace, anzi mi dispiace tantissimo ma l'anno scorso è finita che ho letto poco, vergognosamente poco. Libri cominciati e mai finiti. Penso che continuerò comunque a parlare di libri che rimangono il mio sempiterno interesse, e di altre cose, e a pensare presuntuosamente che possa nascere qualcosa di bello da un momento all'altro.

lunedì 18 luglio 2016

Colpa delle stelle - John Green


Commento a caldo. Quando ancora le emozioni bruciano. Non avrei mai pensato di potermi innamorare così di una storia. Nel giro di qualche ora Colpa delle stelle, storia strappalacrime di due adolescenti malati di cancro, irrimediabilmente attratti l'uno dall'altra, che cercano di rubare alla malattia un po' di tempo per innamorarsi e vivere, mi ha trasformato da essere senziente e padrone di sè a essere annaspante e boccheggiante che non respira più dal naso. Io non so come l'abbiano presa gli altri sta storia di Colpa delle stelle ma io l'ho presa male, molto male. Anche ai ringraziamenti. I ringraziamenti! Quella parte che forse non importa a nessuno tanto il libro è finito ma che io leggo sempre perché penso, chissà quanto deve essere bello ringraziare quelli senza i quali un libro non potrebbe esistere. John Green lo sa di aver scritto qualcosa di delicato e insieme immenso? Domande retoriche a parte, mi pongo una domanda seria. Perché non ho letto il libro prima? In realtà l'ho accuratamente evitato, perché sapevo tutto, anche senza averlo letto e proprio per questo non volevo leggerlo. Mi faccio incatenare dalle storie tristi. E questa è la regina delle storie tristi. Non voglio impegnarmi tanto nemmeno a scrivere una virtuosistica recensione,  perché le recensioni non sono il mio mestiere né si potrebbe usare una parola così fredda per inscatolare una storia come questa. Leggi un libro, lo finisci, ne fai una recensione. Scrivi cose che nessuno ti ha chiesto di scrivere semplicemente perchè leggere un libro e non poterne parlare con nessuno equivale a non averlo letto. Eppure, in questo caso, non mi sento degna neanche di scrivere un misero commento. 
Come ha fatto John Green a sapere di essere giusto per questa storia? Come ha fatto ad accettare di non dover fingere? A scrivere cose che continuano a essere vere anche dopo averle rinchiuse in una scatola di inchiostro e carta, un prodotto fatto e finito, pronto per essere venduto? I protagonisti smettono di esistere nel momento in cui il libro finisce, come in Un'imperiale afflizione, il libro preferito di Hazel, che non capisce come una storia possa interrompersi quando muore il protagonista e si incaponisce sul destino di cose che non esistono. Che fine hanno fatto il criceto Sysiphus, l'Olandese dei Tulipani o la Madre di Anna? Mentre li leggi ti sembrano nomi strani ma ne intuisci vagamente l'estrema importanza. Un po' di verità è nascosta tra le pagine di un libro oggettivamente bizzarro ma non per questo immeritevole di essere letto o di diventare il preferito di una ragazzina di sedici anni, che all'irregolarità di una vita corrosa dalla malattia, deve aggiungere anche tante domande senza risposta. 
Nulla di strano che Per Hazel sia di fondamentale importanza sapere che la vita continua anche dopo la morte di Anna, tanto da costruirci sopra infinite peregrinazioni mentali, da spendere intere giornate a leggere e rileggere sempre lo stesso romanzo, tentando di immaginare ogni possibile sfaccettatura di un destino che ha trafitto una vita immaginaria tanto quanto ha trafitto la sua. 
E la dolcezza e l'amore di Augustus, con le sue personalissime tribolazioni e valide ragioni per cui preoccuparsi, che spreca, si fa per dire, il suo ultimo desiderio per combattere la battaglia di un altro. 
E noi lettori? Il libro è finito ma è impossibile rassegnarsi all'idea che Augustus e Hazel non esistano più, che il primo abbia incontrato un destino incompatibile per uno che possiede il carisma luminoso di una stella, e che alla seconda aspetti, con ogni probabilità un epilogo simile. Non accettiamo di doverli lasciare quando sappiamo che stanno per andarsene. Non li seguiremmo nel luogo in cui si sono conosciuti e che simmetricamente diventa il luogo più adatto per dirsi addio. Non c'è più tempo per le sigarette spente che penzolano all'angolo di un sorriso sghembo e irriverente, nè per le risonanze metaforiche che piacciono tanto ad Augustus. C'è solo la brutale evidenza. Quella che non ti vuole in questo mondo, anche se tu hai tentato di tutto per renderti magnifico, per farti ricordare. Il tanto detestato Cuore di Gesù è il limbo dove emergono i sentimenti, si frantumano le schermaglie e le resistenze, si è irrimediabilmente e definitivamente umani, con tutte le controindicazioni e le conseguenze annesse. Poi poche pagine alla fine, quella vera, quella che a un certo punto del libro, prima vagamente accennata, poi sempre più concreta, sapevi sarebbe arrivata, a ferire vite già ferite, a spazzare tutto quel contegno conquistato in anni di letture. Se la colpa non è nelle stelle allora dov'è?  È davvero dentro di noi, come Shakespeare fa dire a Bruto e come ci riporta ossequiosamente John Green? È tutto così seriamente reale che fa semplicemente male. E sembra di intrufolarsi dentro dimensioni così  segrete e private che ci vorrebbe un permesso speciale per parlarne. E io questo permesso non ce l'ho e ho detto fin troppo. Infinito è il numero di stelle che marcano questa lettura, il grado di apprezzamento per un romanzo che prima di essere una storia di carta è anche e soprattutto verità fatta di nomi veri e di testimonianze. Verità che emoziona, conquista e stupisce, e si prende un posto indimenticabile in un infinito di altre storie.


Nel tardo inverno dei miei sedici anni mia madre ha deciso che ero depressa, presumibilmente perché non uscivo molto di casa, passavo un sacco di tempo a letto, rileggevo infinite volte lo stesso libro, mangiavo molto poco e dedicavo molto del mio tempo libero a pensare alla morte.
Tra gli opuscoli che parlano di tumori o nei siti dedicati, tra gli effetti collaterali del cancro c'è sempre la depressione. In realtà la depressione non è un effetto collaterale del cancro. La depressione è un effetto collaterale del morire.

domenica 17 luglio 2016

Cecità - Saramago


Cosa ti aspetti da un premio Nobel per la letteratura? Ti aspetti quello che non hai mai letto,  quello per cui ogni volta torni in libreria e che puntualmente non scegli mai, fidandoti dell'ennesimo scrittore appena arrivato, dell'ennesima copertina opalescente, che di quello che promettono non regalano nulla. Tu sai che quello che cerchi non lo vuoi veramente. Non vuoi veramente leggere uno di quei libri, uno dei capolavori.

 Sai che, se quel signore che si chiama Saramago non avesse preso il Nobel per la letteratura nel 1998, non ti saresti azzardata a confrontarti con lui, non avresti comprato Cecità, non ti saresti obbligata a leggerlo fino alla fine, ad assorbire ogni lettera, ogni parola. E invece l'hai letto e ora puoi dire di aver letto Cecità, di Saramago, che un lettore come si deve, uno coi controfiocchi, non può non aver letto. Al posto di un titolo che non ti dice nulla, scritto insieme a tanti altri sulla lista dei libri che leggerai a tutti i costi, c'è un nome che adesso ti dice tutto. Leggi Cecità ma vedi. Vedi, anche se i personaggi non vedono, l'immagine immensa e schietta dell'umanità. Ne fai parte anche tu. Un libro che parla della cecità, come se fosse una malattia, ma tutti sono in grado di rendersi conto che più che una malattia, è una condizione imprescindibile. Da cosa non prescinde? Dal degrado morale di questi anni, dal mondo pieno di leggi ma privo di contegno, da una civiltà che si professa tale ma è soltanto un regno animale.

Così non puoi fare a meno di provare disgusto per il primo che diventa cieco,  per il medico e la moglie del medico,  per la ragazza dagli occhiali scuri, per il vecchio con la benda nera. Li conosci così, senza nomi e sai che per tutto il libro dovrai accontentarti dei soprannomi, perché non esistono nomi e cognomi.

Non esiste una città, un posto che puoi chiamare casa.

Quando parli di quello che stai leggendo, non puoi dire: sto leggendo un romanzo ambientato a...non puoi dirlo, sai solo che c'è una storia che accade da qualche parte e che per quanto inverosimile ti sembra vera più di tutte le altre che hai letto. Perché più o meno consapevolmente puoi dire che non succederà mai, ma che in un certo qual modo sta già accadendo. Una bella contraddizione. Ma la devi accettare così come devi accettare che la cecità sia contagiosa e che si propaghi come una macchia di olio su tutto ciò che incontra, su tutte le anime del romanzo, privandole del senso forse più importante.

Tutte tranne una, la moglie del medico, che non si sa perché, lei vede, unica tra tutti. Tu osi dire che sia un espediente letterario, perché se non fosse per lei, i ciechi non potrebbero fare quel minimo che fanno nel libro, raggiungere i bagni, nella fase di reclusione in manicomio, tornare alle loro case nella fase della libertà, procurarsi il cibo e mangiare.

È lei una piccola luce guida, quella che vede per tutti gli altri, che grazie a lei la cecità è un po' meno cecità. Tanto, uno a uno diventano tutti ciechi, hai paura di diventarlo anche tu mentre leggi ( cos'è l'ipocondria? Io? Ipocondriaca? Ma no! ). Diventano tutti ciechi e da civili diventano, anzi tornano bestie. Cosa ci vuoi dire Saramago? Che siamo tutti ciechi? Sono d'accordo. Ci dovevi proprio costruire un intero romanzo su questa metafora e farlo diventare un capolavoro, apprezzato e osannato da tutti. "Ma tu hai letto Saramago?" "No, perché?" "Eeeh, leggilo, leggi Cecità".

E poi disgustati, schifati, aggiungeresti, perché non c'è limite al peggio. Lo leggi, perché immagini che dentro ci sei anche tu, la cecità non risparmia nessuno. E non sai come, ma arrivi alla fine, resisti alla punteggiatura che segue logiche tutte sue e leggi le ultime parole. Ti pare di scorgere un infinitamente piccolo messaggio di speranza, perché in fondo non è tutto nero, anzi bianco. Ma non osi dirlo, forse lo vedi solo tu.

lunedì 9 maggio 2016

Purity - Jonathan Franzen


Un grande scrittore agita interi mondi semplicemente col pensiero. E  quando li mette nero su bianco, crea capolavori. Il pensatore è uno scrittore potenzialmente perfetto. Prima di scrivere ha già un progetto ben definito. Si accontenta di pochi personaggi per scrivere una storia che valga per tutti. La madre oppressiva, lo schizoide, la bellezza perfetta che provoca invidia nelle donne e impazzimento ebete negli uomini, la purezza fatta persona, il padre sconosciuto, la compagna gelosa, la madre senza figli, molto frequente, i figli senza madri, ancora più frequenti, i corteggiatori snobbati, la donna molto desiderata. Senza se e senza ma, senza troppi giri di parole, senza andare alla ricerca dell'impossibile, Franzen crea una storia che sta in piedi, anche senza troppi fatti. Che il lettore creda pure a quello che vuole, tanto i misteri vengono svelati alla fine e il più bello arriva al momento giusto, proprio quando è tempo di rimettere le cose a loro posto, di trasformare gli stereotipi in archetipi, i bruchi in farfalle. Il culmine, il climax, non è il momento passeggero, è la vetta della montagna, la parte che si vede per ultima, il non proprio dulcis che rimane sul fondo, per essere raccolto prima di dire basta. Lo scrittore lo lascia per ultimo, perchè anche girare l'ultima pagina non sia un evento collegabile alla fine, ma a un più gaudente nuovo inizio.