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lunedì 18 luglio 2016

Colpa delle stelle - John Green


Commento a caldo. Quando ancora le emozioni bruciano. Non avrei mai pensato di potermi innamorare così di una storia. Nel giro di qualche ora Colpa delle stelle, storia strappalacrime di due adolescenti malati di cancro, irrimediabilmente attratti l'uno dall'altra, che cercano di rubare alla malattia un po' di tempo per innamorarsi e vivere, mi ha trasformato da essere senziente e padrone di sè a essere annaspante e boccheggiante che non respira più dal naso. Io non so come l'abbiano presa gli altri sta storia di Colpa delle stelle ma io l'ho presa male, molto male. Anche ai ringraziamenti. I ringraziamenti! Quella parte che forse non importa a nessuno tanto il libro è finito ma che io leggo sempre perché penso, chissà quanto deve essere bello ringraziare quelli senza i quali un libro non potrebbe esistere. John Green lo sa di aver scritto qualcosa di delicato e insieme immenso? Domande retoriche a parte, mi pongo una domanda seria. Perché non ho letto il libro prima? In realtà l'ho accuratamente evitato, perché sapevo tutto, anche senza averlo letto e proprio per questo non volevo leggerlo. Mi faccio incatenare dalle storie tristi. E questa è la regina delle storie tristi. Non voglio impegnarmi tanto nemmeno a scrivere una virtuosistica recensione,  perché le recensioni non sono il mio mestiere né si potrebbe usare una parola così fredda per inscatolare una storia come questa. Leggi un libro, lo finisci, ne fai una recensione. Scrivi cose che nessuno ti ha chiesto di scrivere semplicemente perchè leggere un libro e non poterne parlare con nessuno equivale a non averlo letto. Eppure, in questo caso, non mi sento degna neanche di scrivere un misero commento. 
Come ha fatto John Green a sapere di essere giusto per questa storia? Come ha fatto ad accettare di non dover fingere? A scrivere cose che continuano a essere vere anche dopo averle rinchiuse in una scatola di inchiostro e carta, un prodotto fatto e finito, pronto per essere venduto? I protagonisti smettono di esistere nel momento in cui il libro finisce, come in Un'imperiale afflizione, il libro preferito di Hazel, che non capisce come una storia possa interrompersi quando muore il protagonista e si incaponisce sul destino di cose che non esistono. Che fine hanno fatto il criceto Sysiphus, l'Olandese dei Tulipani o la Madre di Anna? Mentre li leggi ti sembrano nomi strani ma ne intuisci vagamente l'estrema importanza. Un po' di verità è nascosta tra le pagine di un libro oggettivamente bizzarro ma non per questo immeritevole di essere letto o di diventare il preferito di una ragazzina di sedici anni, che all'irregolarità di una vita corrosa dalla malattia, deve aggiungere anche tante domande senza risposta. 
Nulla di strano che Per Hazel sia di fondamentale importanza sapere che la vita continua anche dopo la morte di Anna, tanto da costruirci sopra infinite peregrinazioni mentali, da spendere intere giornate a leggere e rileggere sempre lo stesso romanzo, tentando di immaginare ogni possibile sfaccettatura di un destino che ha trafitto una vita immaginaria tanto quanto ha trafitto la sua. 
E la dolcezza e l'amore di Augustus, con le sue personalissime tribolazioni e valide ragioni per cui preoccuparsi, che spreca, si fa per dire, il suo ultimo desiderio per combattere la battaglia di un altro. 
E noi lettori? Il libro è finito ma è impossibile rassegnarsi all'idea che Augustus e Hazel non esistano più, che il primo abbia incontrato un destino incompatibile per uno che possiede il carisma luminoso di una stella, e che alla seconda aspetti, con ogni probabilità un epilogo simile. Non accettiamo di doverli lasciare quando sappiamo che stanno per andarsene. Non li seguiremmo nel luogo in cui si sono conosciuti e che simmetricamente diventa il luogo più adatto per dirsi addio. Non c'è più tempo per le sigarette spente che penzolano all'angolo di un sorriso sghembo e irriverente, nè per le risonanze metaforiche che piacciono tanto ad Augustus. C'è solo la brutale evidenza. Quella che non ti vuole in questo mondo, anche se tu hai tentato di tutto per renderti magnifico, per farti ricordare. Il tanto detestato Cuore di Gesù è il limbo dove emergono i sentimenti, si frantumano le schermaglie e le resistenze, si è irrimediabilmente e definitivamente umani, con tutte le controindicazioni e le conseguenze annesse. Poi poche pagine alla fine, quella vera, quella che a un certo punto del libro, prima vagamente accennata, poi sempre più concreta, sapevi sarebbe arrivata, a ferire vite già ferite, a spazzare tutto quel contegno conquistato in anni di letture. Se la colpa non è nelle stelle allora dov'è?  È davvero dentro di noi, come Shakespeare fa dire a Bruto e come ci riporta ossequiosamente John Green? È tutto così seriamente reale che fa semplicemente male. E sembra di intrufolarsi dentro dimensioni così  segrete e private che ci vorrebbe un permesso speciale per parlarne. E io questo permesso non ce l'ho e ho detto fin troppo. Infinito è il numero di stelle che marcano questa lettura, il grado di apprezzamento per un romanzo che prima di essere una storia di carta è anche e soprattutto verità fatta di nomi veri e di testimonianze. Verità che emoziona, conquista e stupisce, e si prende un posto indimenticabile in un infinito di altre storie.


Nel tardo inverno dei miei sedici anni mia madre ha deciso che ero depressa, presumibilmente perché non uscivo molto di casa, passavo un sacco di tempo a letto, rileggevo infinite volte lo stesso libro, mangiavo molto poco e dedicavo molto del mio tempo libero a pensare alla morte.
Tra gli opuscoli che parlano di tumori o nei siti dedicati, tra gli effetti collaterali del cancro c'è sempre la depressione. In realtà la depressione non è un effetto collaterale del cancro. La depressione è un effetto collaterale del morire.

domenica 17 luglio 2016

Cecità - Saramago


Cosa ti aspetti da un premio Nobel per la letteratura? Ti aspetti quello che non hai mai letto,  quello per cui ogni volta torni in libreria e che puntualmente non scegli mai, fidandoti dell'ennesimo scrittore appena arrivato, dell'ennesima copertina opalescente, che di quello che promettono non regalano nulla. Tu sai che quello che cerchi non lo vuoi veramente. Non vuoi veramente leggere uno di quei libri, uno dei capolavori.

 Sai che, se quel signore che si chiama Saramago non avesse preso il Nobel per la letteratura nel 1998, non ti saresti azzardata a confrontarti con lui, non avresti comprato Cecità, non ti saresti obbligata a leggerlo fino alla fine, ad assorbire ogni lettera, ogni parola. E invece l'hai letto e ora puoi dire di aver letto Cecità, di Saramago, che un lettore come si deve, uno coi controfiocchi, non può non aver letto. Al posto di un titolo che non ti dice nulla, scritto insieme a tanti altri sulla lista dei libri che leggerai a tutti i costi, c'è un nome che adesso ti dice tutto. Leggi Cecità ma vedi. Vedi, anche se i personaggi non vedono, l'immagine immensa e schietta dell'umanità. Ne fai parte anche tu. Un libro che parla della cecità, come se fosse una malattia, ma tutti sono in grado di rendersi conto che più che una malattia, è una condizione imprescindibile. Da cosa non prescinde? Dal degrado morale di questi anni, dal mondo pieno di leggi ma privo di contegno, da una civiltà che si professa tale ma è soltanto un regno animale.

Così non puoi fare a meno di provare disgusto per il primo che diventa cieco,  per il medico e la moglie del medico,  per la ragazza dagli occhiali scuri, per il vecchio con la benda nera. Li conosci così, senza nomi e sai che per tutto il libro dovrai accontentarti dei soprannomi, perché non esistono nomi e cognomi.

Non esiste una città, un posto che puoi chiamare casa.

Quando parli di quello che stai leggendo, non puoi dire: sto leggendo un romanzo ambientato a...non puoi dirlo, sai solo che c'è una storia che accade da qualche parte e che per quanto inverosimile ti sembra vera più di tutte le altre che hai letto. Perché più o meno consapevolmente puoi dire che non succederà mai, ma che in un certo qual modo sta già accadendo. Una bella contraddizione. Ma la devi accettare così come devi accettare che la cecità sia contagiosa e che si propaghi come una macchia di olio su tutto ciò che incontra, su tutte le anime del romanzo, privandole del senso forse più importante.

Tutte tranne una, la moglie del medico, che non si sa perché, lei vede, unica tra tutti. Tu osi dire che sia un espediente letterario, perché se non fosse per lei, i ciechi non potrebbero fare quel minimo che fanno nel libro, raggiungere i bagni, nella fase di reclusione in manicomio, tornare alle loro case nella fase della libertà, procurarsi il cibo e mangiare.

È lei una piccola luce guida, quella che vede per tutti gli altri, che grazie a lei la cecità è un po' meno cecità. Tanto, uno a uno diventano tutti ciechi, hai paura di diventarlo anche tu mentre leggi ( cos'è l'ipocondria? Io? Ipocondriaca? Ma no! ). Diventano tutti ciechi e da civili diventano, anzi tornano bestie. Cosa ci vuoi dire Saramago? Che siamo tutti ciechi? Sono d'accordo. Ci dovevi proprio costruire un intero romanzo su questa metafora e farlo diventare un capolavoro, apprezzato e osannato da tutti. "Ma tu hai letto Saramago?" "No, perché?" "Eeeh, leggilo, leggi Cecità".

E poi disgustati, schifati, aggiungeresti, perché non c'è limite al peggio. Lo leggi, perché immagini che dentro ci sei anche tu, la cecità non risparmia nessuno. E non sai come, ma arrivi alla fine, resisti alla punteggiatura che segue logiche tutte sue e leggi le ultime parole. Ti pare di scorgere un infinitamente piccolo messaggio di speranza, perché in fondo non è tutto nero, anzi bianco. Ma non osi dirlo, forse lo vedi solo tu.