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lunedì 9 febbraio 2015

Il baco da seta - Robert Galbraith (o J.K Rowling)



Eccomi qua, per la prima volta, dopo tutti gli Harry Potter, dopo Il seggio vacante e Il richiamo del cuculo, a parlare dell'ultimo (grande) lavoro di una mente magica. Mi sembra quasi di conoscerla bene, questa scrittrice che da due libri a questa parte, si firma con pseudonimo, anche se tutti ormai sappiamo benissimo chi è; certo, non l'ho mai sentita parlare, non conosco il modo in cui ride, né, se e come gesticoli, ma mi sembra quasi di vederla, mentre scrive, nel luogo che ha predestinato alla scrittura e disseminato di fogli ricoperti di appunti, con la testa lievemente inclinata, concentrata a scrivere quello che probabilmente incanterà centinaia di persone. Il baco da seta, a incantare ci riesce pienamente.Il primo sbocco di questa nuova vena che pulsa di sangue di detective, aveva un nome strano che non evocava nulla se non l'eco ridondante di un orologio a cucù: Il richiamo del cuculo, si faceva leggere e anche velocemente. Come per l'esito di una magia assorbita dalle pagine, anche stavolta si arriva alla fine senza rendersi conto che i segnali di chiusura si sono già infilati prepotentemente tra le pagine. 
«Anche se non gli piaceva il soprannome affibbiatogli da Anstis, "Mystic Bob", in quel momento Strike percepiva l'avvicinarsi di un pericolo, quasi come quando aveva previsto che il Viking stava per saltare in aria con loro dentro. La chiamavano intuizione, ma lui sapeva che si trattava piuttosto di riuscire a cogliere sottili segnali, di fare due più due a livello inconscio. Il ritratto dell'assassino stava emergendo dalla massa incoerente di indizi, ed era un'immagine terribile e spietata: una mente ossessiva e violenta, calcolatrice, geniale, ma profondamente disturbata».
Sembra quasi la formula di un libro di magia che insegni come fare un buon incantesimo di scrittura, basta che a pronunciarlo sia chi conosce il segreto della letteratura e non si cura di mostrarlo anche agli altri. Incuriosire il lettore, fare breccia nel suo cuore, con l'accattivante promessa di andare a caccia di un assatanato e folle omicida, sembra per la Rowling facile come bere un bicchier d'acqua, e per noi, lettori dal cuore fin troppo potter-labile, seguirla nella costruzione di una storia avvincente e inarrestabile, lo è altrettanto. Immediata, la connessione che si stabilisce sin da subito tra le chiare premesse della trama nelle prime pagine e le aspettative del lettore. In mezzo, a  fare da spartiacque, la narrazione fluida e lineare, senza pause, solo forse con qualche forzatura di troppo, e i dialoghi semplici e ritmici, che dicono tutta la verità su chi parla, senza lasciare niente nascosto,  o quasi, permettendoci di estrarre il contenuto di ogni personaggio dal bozzolo di mistero in cui è rinchiuso. 
L'ho cercato questo riferimento, non affatto casuale, perché i titoli dei romanzi sono sempre l'elemento che mi suscita più meraviglia, dato che ogni volta mi arrovello per cercarne il significato, a meno che non sia chiaramente spiattellato dall'autore. Qui invece ne è lento e graduale lo svelamento, perché direttamente collegato alla trama, al modo in cui muore la vittima, che finisce per diventare un bombyx mori, il titolo del suo stesso romanzo, un baco da seta. Riecheggia anche in questa, come in ogni sua produzione, la simpatia che l'autrice ha per il latino, (passi delle opere di Virgilio comparivano ne Il richiamo del cuculo), per la drammaturgia, per tutte quelle cose che si è presa la briga di inserire nel libro per noi, non solo per la scelta del Bombyx mori ma anche per le frasi in latino disseminate copiosamente nel libro e i frammenti di drammi inglesi, presi in prestito da Shakespeare, Webster, Marlowe, Kyd, Congreve e Jonson.

Ah, ah, ah! Tu ti intrappoli nel tuo stesso lavoro come un baco da seta.
John Webster, Il diavolo bianco.

Arrivata alla fine di questo libro, l'ho immaginata ancora, questa scrittrice inglese dalle mille idee straordinarie, seduta a comporre lentamente l'ultima parola, con un sorrisetto ironico sulla faccia, conscia di aver scritto l'ennesima, brillante, storia. 


I.
«Sarà meglio» mormorò la voce rauca all'altro capo della linea, «che sia morto qualcuno di grosso, Strike».
L'uomo alto, robusto e mal rasato sorrise tra sé, mentre camminava con passo pesante nel buio prima dell'alba, il telefono incollato all'orecchio.
«Più o meno».
«Ma sono le sei del mattino, porca puttana!»
«Le sei e mezza. Ma se t'interessa quello che ho in mano, devi venirtelo a prendere» disse Cormoran Strike. «Non sono lontano da te. «C'è un...»
«Come fai a sapere dove abito?» chiese la voce.
«Me l'hai detto tu» rispose Strike, soffocando uno sbadiglio. «Stai vendendo il tuo appartamento».
«Oh» fece l'altro, ammorbidito. «Hai buona memoria».
«C'è un bar aperto ventiquattr'ore su...»
«Fanculo. Passa dopo in ufficio...»
«Culpepper, stamattina ho un altro cliente, che mi paga meglio di te. Sono stato sveglio tutta la notte. Questa roba ti serve adesso, se hai intenzione di usarla».
Un gemito. Strike sentì frusciare le lenzuola.
«Spero che sia una bomba, cazzo».
«Smithfield Café, sulla Long Lane» disse Strike, prima di chiudere la comunicazione.

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