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giovedì 12 novembre 2015

Il ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde

“Uno dopo l'altro si alzano i sottili veli di grazia scura, e a grado a grado le cose si vedono restituire le loro forme e i loro colori, e vediamo l'alba rifare il mondo nel suo disegno antico. Gli esangui specchi risplendono la loro vita imitativa. Le candele spente stanno in piedi là dove le abbiamo lasciate, e accanto a loro giace il libro semisfogliato che stavamo studiando, o il fiore con un filo di metallo per gambo che abbiamo portato al ballo, o la lettera che non abbiamo avuto il coraggio di leggere, o che abbiamo letto troppo spesso. Nulla ci sembra mutato. Dalle ombre irreali della notte ritorna la vita reale che ben conosciamo. Dobbiamo riprenderla là dove abbiamo smesso, ed ecco che si impossessa di noi il terribile senso della necessità di continuare a spendere la nostra energia nella stessa noiosa routine di abitudini stereotipate, o forse il selvaggio desiderio di poter aprire i nostri occhi su un mondo rinnovellatosi nella tenebra per il nostro piacere, un mondo in cui le cose abbiano forme e colori nuovi, e sia mutato, o abbia altri segreti, un mondo in cui il passato abbia poco o nessun posto.”
da Il ritratto di Dorian Gray (O.Wilde)
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/tempi-moderni/frase-99097?f=w:4>

domenica 1 novembre 2015

Un po' di poesia - Walt Whitman, Il canto di me stesso


XXXI

Credo che una foglia d'erba non sia meno di un giorno
di lavoro delle stelle,
e ugualmente è perfetta la formica, e un grano di sabbia,
e l'uovo dello scricciolo,
e una raganella è un capolavoro dei più alti,
e il rovo rampicante potrebbe adornare i salotti del cielo,
e la più stretta linea della mia mano se la può ridere di
ogni meccanismo,
e la vacca che rumina a testa bassa supera ogni statua,
e un topo è un miracolo sufficiente a far vacillare miriadi di miscredenti.

Scopro che incorporo gneiss, carbone, muschio dalle
lunghe striature, frutta, grani, radici commestibili,
sono stuccato, dipinto di quadrupedi e uccelli,
e ho distanziato ciò che è rimasto indietro per buone ragioni,
ma posso richiamare ogni cosa se lo desidero.

Invano affrettarsi o ritrarsi,
invano le rocce plutoniche emettono la loro antica vampa
contro di me quando mi avvicino,
invano il mastodonte si ritira sotto le sue ossa fatte
polvere,
invano oggetti se ne stanno leghe e leghe lontano e
assumono forme molteplici,
invano l'oceano si sistema nelle sue caverne profonde e i
grandi mostri vi giacciono,
invano la poiana fa del cielo la sua casa,
invano il serpente striscia tra i rampicanti e i tronchi,
invano l'alce va per i più interni passaggi della foresta,
invano la gazza marina dal becco a rasoio fa vela per il
nord sino al Labrador,
io la inseguo veloce, salgo al suo nido nella fenditura del dirupo.

Da Il canto di me stesso (Foglie d'erba, Walt Whitman)

martedì 22 settembre 2015

Una famiglia quasi perfetta - Jane Shemilt / Book review

Titolo originale: Daughter
Pagine: 330 

Jenny non conosce i pensieri di sua figlia, da un anno ormai. O potrebbe essere da più tempo, da quel momento in cui i figli smettono di ascoltare i genitori e i genitori smettono di insistere. Ora che Naomi non c'è più, sono tante le cose per cui Jenny si rimprovera. Avrebbe dovuto fare più attenzione ai particolari, ai dettagli, alle smorfie, ai mezzi sorrisi, ai vuoti di parole, ai discorsi troppo spesso rimandati. Se solo avesse ascoltato, se solo fosse stata più presente. A un anno dalla sua scomparsa, sembra troppo tardi per capire cosa le sia successo, è passato molto tempo, un tempo che si è riempito di rimorsi e di ricerche infruttuose, di una caccia all'uomo lungo una pista di indizi insufficienti, un diario con delle annotazioni sconnesse, gli abiti dimessi della passata recita scolastica, un furgoncino blu a cui nessuno ha mai fatto caso, ma che diventa improvvisamente importante quando lasciato a deteriorarsi nelle spire distruttive del fuoco, per disintegrare ogni traccia di quello che potrebbe essere o è stato. Da un novembre all'altro non è cambiato nulla, né le ricerche hanno riportato indietro Naomi, né il tempo ha ridimensionato l'angoscia di chi ha dovuto fare i conti con l'orrore più grande, la perdita di un figlio. O di una sorella. 
A una madre che ha guardato sua figlia muovere i suoi primi e ultimi passi, da quando ha imparato a camminare, a quando è uscita di casa, in equilibrio su tacchi vertiginosi, e non più tornata, non rimane che un blocco di fogli bianchi su cui ricominciare a disegnare la vita, partendo dai dettagli che non ci sono più.
Jenny e Ted, Ed e Theo sono i pezzi che rimangono di una famiglia, come tante, che si credeva perfetta ma perfetta non lo era nemmeno lontanamente. Il copione è sempre quello, ma la vita reale non tollera attori inadeguati al ruolo. Una figlia che scompare, un marito che tradisce la moglie e dei figli che nascondono piccoli o grandi segreti sono troppo pure per drammi di americana bellezza. Quando si è sotto la luce dei riflettori, nemmeno l'atmosfera che il nuovo anno ha saturato di speranza, o un meraviglioso cottage nel Dorset o la neve che cade copiosa riescono a coprire quello che ormai è invisibile soltanto agli occhi di chi non vuole vedere. 
Forse lo spettacolo apparirà più godibile da un'altra prospettiva, se ci si allontanerà un po', e si deporranno la cecità e le armi inutili. Allora, forse, anche un cuore incredulo potrà scorgere la verità.



Dorset 2010. Un anno dopo. Le giornate si accorciano. Sul prato sono sparse le mele cadute, la polpa beccata dai corvi. Oggi, prendendo dei ciocchi dalla catasta al riparo del tetto, ne ho calpestata una già rammollita; si è sfatta sotto il mio piede. Novembre. Ho sempre freddo, ma lei potrebbe averne di più. Perché dovrei cercare di star bene? Come potrei?

domenica 13 settembre 2015

L'incastro (im)perfetto - Colleen Hoover

Gli darai tutto quello che hai. Ti aspetterai tutto quello che non può darti. L'amore, noi lo conosciamo, infedele o bugiardo. E poi c'è il peggior tipo. L'amore che non vuole essere chiamato amore, che consuma tutto lo spazio tra due persone e si dissolve prima di assumere una forma propria, di definirsi dentro baci, carezze e altre smancerie da fidanzati, perché quello è il segno che le cose si stanno complicando quando non dovrebbero, quando invece dovrebbero fermarsi, non procedere più,  congelarsi in una forma che è più brutale ma più sicura dell'amore, in cui basta che ci sia attrazione reciproca e qualche semplice regola ad arginare eventuali fuoriprogramma, a impedire che il rapporto non degeneri, non vada oltre le linee, che nessuno legga tra le righe quello che tra le righe non c'è. Ugly love. Perché? Perché l'amore può essere brutto, tanto quanto sa essere bello. Inciampa sui nervi scoperti, cade in ginocchio sui tasti dolenti. È amore fortissimo un attimo, e un attimo dopo non lo è più.
Tate e Miles sono i due pezzi dell'incastro imperfetto, come ha voluto la traduzione italiana. Si conoscono e si scoprono attratti l'uno dall'altra, è una sfida, una partita in cui si fronteggiano il bello e il brutto dell'amore, in una lotta continua. Tate, è una donna, è come tutte. Si sa quello che vuole dalla prima volta in cui i suoi occhi incontrano quelli di lui. Anche se meno efficace di un'immagine, la scrittura qui sa essere evocativa. Ma di Miles non sappiamo niente, mentre vorremmo sapere tutto, quel tutto che si alterna all'intreccio principale, una storia incastrata nella storia, un altro romanzo nel romanzo. 
Il punto di vista femminile non è l'unico di cui possiamo apprezzare le infinite sfumature.  Il mondo qui, ha due interpreti, due punti di vista da cui ci possiamo divertire a osservarlo, senza chiederci quanto possa risultare realistico il mondo visto con gli occhi di un uomo, se a parlarcene è una donna, perché in fondo è una finzione, e non ci importa. Non ci importa nemmeno che non sia tanto originale, che sia una storia scritta e riscritta, vista e rivista, l'ennesimo di quei canovacci con cui cinema e letteratura ci hanno già ampiamente subissato. La storia funziona, si legge, è la classica lettura che non impiega più di due giorni a consumarsi, e per qualche motivo rimane impressa, pur non essendo un esempio di quella letteratura a cui si dovrebbe aspirare, sia come scrittori che come lettori.


«Qualcuno ti ha pugnalato al collo, signorina.»
Spalanco gli occhi e mi giro lentamente verso l'anziano signore al mio fianco. Questi preme il pulsante dell'ascensore, mi guarda con un sorriso e indica il mio collo.
«La voglia» mi dice.
D'istinto porto una mano sulla piccola voglia circolare appena sotto l'orecchio.
«Mio nonno diceva che la posizione di una voglia racconta la storia di come una persona ha perso la vita nel suo passato. Direi che tu sei stata pugnalata al collo. Ma scommetto che è stata una morte rapida.»




giovedì 3 settembre 2015

Il cardellino - Donna Tartt



Quanto rumore ha fatto il cardellino quando è uscito dal suo guscio, un po' più di un crac, una crepa sonora sull'involucro di aspettative che separa un romanzo dal mondo. C'è chi lo attendeva, chi vi avrà colto subito le premesse di un'infatuazione generale, chi lo ha trasformato in Pulitzer e chi invece non vi ha badato subito e ha udito in ritardo l'eco delle voci di chi i libri li legge, li scrive e li critica, nella difficile impresa di guidare il mondo nelle sue scelte letterarie.

Penso di appartenere all'ultima categoria, io che di Donna Tartt non sapevo nulla, ho snobbato il Cardellino con estrema facilità, preferendogli l'edizione rinnovata di Dio di illusioni, della stessa autrice. Quello che mi serviva per amare Donna Tartt, per inneggiare al suo stile, per desiderare che invece di aver scritto un libro ogni dieci anni, ne avesse scritto almeno uno all'anno, perché a quest'ora probabilmente li avrei tutti sullo scaffale, tutto quello che mi serviva l'ho trovato in quella “storia segreta” che oltre a essere un'opera prima è anche, e prima di tutto, un capolavoro. E di più non mi serviva.
Quando ho comprato tempo dopo Il cardellino, uscito nel frattempo in edizione economica, sapevo cosa aspettarmi ma sapevo anche cosa non aspettarmi. Non mi aspettavo un libro migliore di dio di illusioni, perché di solito le idee, la creatività non crescono nel tempo, semmai sbiadiscono.
Il cardellino non è l'eccezione che conferma la regola, ma solo la regola che si ripete per l'ennesima volta, un romanzo che imita il romanzo, una storia che cerca un motivo e non lo trova, dita che pizzicano una corda che non esiste. Più che un romanzo, the goldfinch a me è sembrato un'opera edile, un sommo grattacielo fatto di periodi bellissimi e di fin troppo lucide e articolate considerazioni sull'esistenza, che non bastano, però, per fare di un semplice mattone un palazzo stabile e solido.
Intreccio disordinato e caotico, personaggi ambigui e un'incredibile quantità di fatti dentro cui, inevitabilmente, ci si smarrisce. Il senso di perdizione potrebbe essere il filo conduttore di tutto il romanzo, a un estremo e all'altro del quale, ci sono Theo bambino e Theo adulto, e in mezzo le sue peregrinazioni fisiche e mentali, il dolore e la perdita, la necessità di tenere tutto nascosto, di impedire alla verità di diventare realtà tangibile e concreta.
Sempre e comunque, Theo contro sé stesso, contro il fato, contro tutto, sballottato continuamente da un luogo all'altro, tra finti buoni e cattivi veri, in un fiume di pagine, tantissime. Un'epopea infinita, un romanzo di Dickens.

Non sono la storia di Theo o il cardellino o il numero delle pagine a qualificare questo romanzo. Il cardellino si legge non per l'originalità della storia, ma per lo stile inconfondibile, la prova di una bravura indiscutibile, si legge per certe frasi stupende e per quelle ultime pagine, bellissime, scritte chissà come, se di getto, o come risultato di una lunga elaborazione. Sta di fatto che non si dimenticano.
Ecco l'incipit:

"Quand'ero ancora ad Amsterdam, per la prima volta dopo anni sognai mia madre. Ero rimasto confinato nella mia stanza d'albergo per più di una settimana, terrorizzato all'idea di chiamare chicchessia o di mettere il naso fuori, il cuore che fremeva e sussultava anche al più innocuo dei rumori: il campanello dell'ascensore, l'andirivieni del carrello del minibar, persino i campanili delle chiese che scandivano le ore, de Westertoren, Krijtberg, un clangore dai contorni vagamente oscuri, come i presagi di sventura delle fiabe. "



venerdì 3 luglio 2015

La ragazza della pioggia - Gabi Kreslehner


Insomma è già il 3 luglio.  Saranno passate tre settimane o poco più da quando ho aggiornato il blog per l'ultima volta, ma mi sembra che sia trascorsa già un'eternità. La verità è che sto leggendo pochissimo, che non sono in Italia (ma in Germania), che sto tentando di imparare una nuova lingua con tutta la confusione mentale che comporta, che giro, esploro e sono fuori casa quasi tutto il giorno e che di tempo per leggere ne rimane davvero pochissimo. In qualche ritaglio di tempo rubato ai viaggi in tram cerco di finire il mastodontico “Il Cardellino” di Donna Tartt mentre l'ultimo che ho letto, “La ragazza della pioggia” di Gabi Kreslehner già sprofonda in qualche spelonca sotterranea del mio cervello. Probabilmente dovrei smetterla di comprare le novità con delle copertine interessanti (ma neanche troppo) e dedicarmi finalmente a letture serie ma sono per natura una scansafatiche, scelgo sempre romanzi superpubblicizzati che nel 90% dei casi non mi piaceranno, li leggo con smarrimento, li chiudo con disperazione. In questo caso ero combattuta. Potevo continuare a leggerlo, a imbambolarmi continuamente e tornare sullo stesso capoverso una dozzina di volte oppure cedere all'impulso di cominciare una nuova lettura - “Il cardellino”, per esempio, che sembrava così interessante, visto sul comodino, con le sue 900 pagine, alto quanto tre libri messi insieme. Comunque ho spuntato la prima opzione, e letto fino alla fine questo romanzo pieno di pioggia, violenza e perdizione. E senz'altro pieno anche di dialoghi nonsense, di donne problematiche, di rapporti difficili, di distruzioni e ricostruzioni. Cose che non avevo nessuna voglia di leggere, o di vederle così mescolate, ma invece c'erano e si sommavano piano piano in una conclusione raffazzonata e insoddisfacente, divorandosi tutta la poesia di quei pochi passaggi infinitamente suadenti e poetici. E mentre dentro di me pensavo “Fà che non finisca così”, era proprio così che stava finendo. Ma questi sono i libri, o meglio le storie, quelle che amiamo leggere e quelle che odiamo, da una parte o dall'altra di un confine così sottile che spesso è difficile scegliere da che lato mettere un libro mentre lo si sta leggendo o dopo averlo letto.

Probabilmente questo libro è uno di quei tanti che stanno nel mezzo, di cui adori certe parti e di cui detesti altre. Quasi sempre l'hai già dimenticato prima ancora di averlo finito.


“Barcollava sulla A9 in direzione di Berlino, alle prime luci di un'alba appena velata di nebbia. Sorda al pericolo che si avvicinava tuonando fra stridii e ruggiti, cieca davanti alla luce abbagliante che fendeva l'oscurità e faceva brillare il suo vestito, di nuovo scintillante, prima di spegnersi per sempre nel sudiciume della strada e della pioggia.”


mercoledì 3 giugno 2015

Il segreto degli angeli - Camilla Läckberg




Titolo originale : Änglamakerskan
Pagine : 482



Scrivere di segreti deve essere piuttosto facile. Basta metterne uno nel titolo e ricordare che esiste, e che non può essere rivelato, più o meno a ogni capitolo. Il segreto dei segreti è che le cose che non si possono dire attirano gli esseri umani come lo zucchero le formiche. Nemmeno a dirlo, leggere di segreti, sapendo che non si potrà scoprire l'intera verità se non alla fine del libro, è la cosa più stimolante che esista. Stare incollati alle pagine come se non contasse nient'altro che una verità fittizia che non avrebbe ragione di esistere se non nei confini di una finzione accuratamente elaborata, è solo uno degli effetti collaterali. È la regola, con le dovute eccezioni.
Il segreto degli angeli è il mio primo Läckberg e con ogni probabilità anche l'ultimo. Gli ingredienti per un buon giallo ci sono, ma stemperati da quella che sembra un'eccessiva ricercatezza di fondo. Insomma, un buon piatto con troppo condimento, troppi i personaggi, e quindi le vite da raccontare e scandagliare nel dettaglio, troppi i cambi di punto di vista, fin troppo ambiziosi i presupposti per un finale che ha più di una piega, come la trama grinzosa, la scrittura che sa di artificio e i dialoghi sempliciotti. Tutti i pezzi scombinati del puzzle tornano al loro posto alla fine, ma il risultato non è bello quanto previsto. L'effetto sorpresa è annullato dalla piega precipitosa che prendono gli eventi sul più bello, proprio quando ci si aspetta il tocco da maestro. Ma di magistrale questo giallo non ha nulla, se non gli elementi classici del genere sparpagliati alla rinfusa qua e lì per ingannare il lettore. Si gira l'ultima pagina che già non si vede l'ora di lasciar andare tutti questi personaggi destinati ad avere non più di una scialba identità dentro uno scialbo romanzo.

“Avevano pensato di superare il dolore grazie ai lavori di ristrutturazione. Nessuno dei due era sicuro che fosse un buon piano, ma era l'unico che avessero. L'alternativa era sdraiarsi e lasciarsi deperire lentamente. ”

mercoledì 27 maggio 2015

Bees : la fortezza delle api - Laline Paull




Titolo originale : Bees
Pagine: 392


Bees, La fortezza delle api è la cronaca della vita di uno stuolo di api, una fiaba bucolica che diventa distopia quando un'anomala diversione si insinua nel naturale assetto dell'alveare. Una storia fantasiosa che ha un famoso precedente: ne La fattoria degli animali di Orwell, gli animali di una fattoria parlano, pensano, sentono, e lo fanno anche lucidamente. Unico loro ragionevole chiodo fisso: ribellarsi al dominio prepotente degli uomini e conquistare il potere. Ma qui in Bees, dell'uomo non vi è che una debole e lieve traccia. C'è più di Hunger Games, rispetto a cui è lampante la sovrapposizione dei temi, come la divisione in caste, e uguale la distorsione dello spirito sociale a beneficio di un solo gruppo che per forza e caparbietà è riuscito a imporsi sugli altri, nonostante i propositi discutibili. Il mondo delle api si prestava perfettamente alla costruzione di un romanzo distopico. Le api, come altri insetti, sono individui sociali e come tali rispettano un sistema di rigide regole in cui il benessere collettivo viene sempre prima di quello del singolo ed è così importante che a esso le api sacrificano persino la propria vita.

Nell'alveare gemmato dalla fantasia di Laline Paull, le cose non vanno esattamente così. Conosciamo subito Flora 717 che dal momento in cui sbarca nella Sala degli Arrivi, sa già chi è, cosa fare e dove andare. Impossibile non prenderla a cuore. Le api sono migliaia, tra di loro si chiamano sorelle e la loro costituzione conta un'unica legge: "accettare, obbedire, servire". Per Flora 717 e le sue compagne, il rispetto di questa legge è un compito a cui prestarsi senza avanzare pretesti. Ogni giorno le api esploratrici escono a bottinare con intrepida operosità, impollinano i fiori e perlustrano le vicinanze dell'alveare, per poi tornare nei propri esagoni di cera, cariche di nettare con cui nutrire le larve,  leste e impeccabili nell'adempimento del loro compito: proteggere, nutrire, fortificare l'alveare.
Costanti e pertinaci sono anche perfettamente organizzate: dalle caste più misere a quelle più in vista incontriamo le spazzine flora, le bottinatrici stoppione, le guardiane cardo, le convolvolo, le salvastrella,  le sacerdotesse salvia, e infine al centro di tutto, la Santa Madre, sacra quanto la Mente dell'alveare, alias la regina, dal primato indiscutibile, amata e riverita dalle api e da cui loro sono riamate. 

Quest'idillio dorato è presto inquinato dalla minaccia sovversiva che ogni sistema rigido e composto ha incluso nel proprio pacchetto. Flora 717 è una spazzina ma qualcosa la distingue dalle altre operaie della sua casta. È intelligente e sa parlare, come le api delle caste più elevate, particolarità che le consentiranno di ascendere al ruolo di ape bottinatrice, grazie al coraggio e alla temerarietà dimostrati, di avere accesso alle stanze della regina, di annusare i pannelli della biblioteca dove sono custodite le sei Storie degli Odori, di esibirsi nella complessa danza con cui le api si comunicano le informazioni sul territorio, di ottenere infine la stima delle sorelle. Tutto regolare, fintantoché Flora non scopre di avere lei stessa un segreto da custodire.

Dentro Bees c'è tutto questo, c'è il ronzio flagrante delle idee nuove, delle storie che sanno stupire e tenere compagnia e soprattutto ci sono le api, che lo confesso, mi ispirano un'enorme simpatia. Profeticamente Einstein disse che l'uomo non resisterebbe neanche quattro anni se improvvisamente dovessero estinguersi le api. Il miele, la propoli, la cera d'api e la pappa reale non esisterebbero più, e nemmeno il polline viaggerebbe più da un fiore all'altro. Qualcuno ha dedicato un romanzo intero a questo popolo di laboriose benefattrici, un libro che potrebbero adorare persino quelli che non sono dei veri e propri bee lovers



“Era schiacciata nella celletta e l'aria era calda e fetida. Tutte le articolazioni del corpo le bruciavano per via di quel frenetico agitarsi contro le pareti; aveva la testa premuta contro il torace e le zampe contratte dai crampi, ma i suoi sforzi non erano stati vani: una parete stava per cedere. Scalciò con tutte le sue forze e sentì che qualcosa si incrinava e si spezzava. Spinse, strappò e morsicò, fino ad aprire un varco che comunicava con l'aria fresca.”

giovedì 21 maggio 2015

Note sui libri

Ci sono sogni che nascono dai libri, silenziosamente prendono vita negli spazi tra le parole e delle parole si alimentano, si nutrono. 
Ci sono vite parallele che procedono segretamente nei libri, fatte di sensazioni più complesse e profonde di quelle concesse dalla realtà. 
Le storie che si leggono nei libri contengono significati che la realtà contiene ma non spiega o non vuole spiegare. 
Dai libri si imparano tante, tantissime cose, certe volte più di quelle che la nostra sensibilità e la nostra fantasia sono in grado di abbracciare. Storie che fanno bene e storie che fanno male.  Non so quando leggere è diventato così fondamentale per me. Non ricordo qual è stato il primo libro che ho letto. Ho avuto un imprinting decisivo con i libri di Michael Hoeye, libri d'avventura con un topo per protagonista, Hermux Tantamoq ( niente a che fare con Geronimo Stilton ). Ma più di tutti deve essere stato Harry Potter a iniziarmi. Sono stata fortunata a leggerlo mentre crescevo. Da bambina l'ho amato come da ragazza, come lo amo ora, che sono un po' più adulta. 
Clive Cussler mi ha cambiata a 12 anni, Zafon mi ha conquistata quando ne avevo 16, Murakami quando ne ho avuti 18. Amori che durano ancora adesso, forse soltanto un po’ alleggeriti dal tempo. Qui e lì qualche amorazzo che non è durato, come quello per i bestseller di Dan Brown e altri autori con cui non ho avuto che una singola e breve conoscenza. 

Ora per esempio sto rileggendo L'ombra del vento, ed è un'esperienza completamente diversa rispetto a quando lo lessi per la prima volta, più o meno otto anni fa. In mezzo sono passati tanti libri, tra cui classici e capolavori. Sono più propensa a criticare che ad apprezzare di quanto lo ero allora. E questo significa anche che è diventato molto più difficile trovare qualcosa che mi appassioni senza stancarmi. Ho interrotto la lettura de I miserabili, non perché non fosse abbastanza appassionante, anzi tutto il contrario, è bellissimo, ma perché dopo seicento pagine (solo del primo volume) di un certo tipo di letteratura si sente la necessità di fermarsi un attimo e recuperare le energie (un po’ iperbolico forse, ma è quello che in fondo sto facendo.)


I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.
(Amos Oz)


mercoledì 20 maggio 2015

Il ritorno del giovane principe - A.G. Roemmers

Non scrivo sul blog da un bel po’. Oggi torno qui con una favola che parla di ritorni (niente di premeditato), di crescita, di aspettative, di illusioni, di cambiamenti. Niente di strano che un viaggio particolare abbia un protagonista altrettanto speciale. Il piccolo principe torna un po’ cresciuto, per ricordarci quanto ci era mancato, quanto l'abbiamo adorato la prima volta.
Libro delicato, breve come una favola, eppure umanamente denso e significativo, Il ritorno del giovane principe, è un dolce richiamo a uno dei libri più amati di ogni tempo. Malinconico come il piccolo principe a cui si ispira, ma ricchissimo di precetti, a cui concedere più di una lettura, e di colorati e splendidi disegni.
 Capitolo 15
__________

Ero totalmente assorto nel piacere della mia guida sportiva lungo la sinuosa strada che costeggiava la riva di un ampio lago, in mezzo a un bosco di pini. Ogni volta che cambiavo marcia, il ronzio del motore mi percorreva la schiena come un brivido. In quel momento così speciale, per un amante delle auto e della velocità come me, l'improvvisa interruzione del ragazzo mi si rovesciò addosso come una nevicata in primavera.

«Prima mi parlavi della gente seria», mi ricordò. «Cos'altro sai di loro?»

«Qualche altra cosetta», bofonchiai, rassegnato al pensiero che sarebbe stato del tutto inutile spiegargli che aveva appena mandato in frantumi un'incomparabile sinfonia meccanica.
«In fin dei conti, c'è mancato poco che anch'io mi trasformassi in uno stimato membro di questa specie.»

«E perché non è successo?» Come al solito, le domande del giovane principe erano sempre dirette al nocciolo della questione.

«Osservando la gente seria che mi circondava, tutte persone rispettabili e di successo, mi sono accorto che nessuno di loro era davvero felice.»

«Non mi verrai a dire che l'ordine e la disciplina li rendevano infelici, vero?» azzardò in tono perplesso.

«No» , risposi. «Il fatto è che le persone serie che amano tanto l'ordine, il più delle volte detestano le sorprese e qualsiasi cosa sfugga al loro controllo. Ma più controllo esercitano, meno riescono a godere. Amano vivere in un mondo senza stupore né meraviglia. I cambiamenti, per quanto piccoli, scatenano la loro rabbia o preoccupazione, e la nostra instabile realtà nasconde innumerevoli occasioni per entrambe le cose.»

«Questo mi ricorda un lampionaio che non riusciva a tradire la sua consegna», spiegò il giovane principe. «Quando il pianeta su cui viveva si era messo a girare più in fretta, il suo lavoro era diventato infernale.»

«Be’», proseguii, «queste persone vivono la loro vita come il loro necrologio, in stile altisonante ed effimero, anche se magari non fanno altro che collezionare medaglie e diplomi. Nessuno ha il coraggio di aggiungere una nota al piede con scritto: “E nonostante tutto, non è stato felice”. Il cielo scrive sulla sua volta l'epitaffio che meritano con le stelle cadenti.»

«Nessuno dovrebbe inorgoglirsi di essere una stella cadente», fece notare lui.

«No, in effetti no», concordai. E poi aggiunsi: «Sono come piccole fiammelle che si spengono rapidamente, come lucciole nell'abisso del tempo.»

«Poi ci sono degli altri», proseguii nel mio ragionamento, «che, quando affrontano la realtà, sono incapaci di rinunciare ai propri ideali (da persone serie quali sono) e cercano di proteggerli con tale veemenza che finiscono per innalzare un muro attorno a sé che serve solo ad asfissiare il proprio spirito. Alle volte questo muro è costruito in maniera così perfetta che non riescono più a trovare neppure una fessura attraverso cui rientrare. E così rimangono chiusi fuori, come marionette senza fili, come fantasmi che non sanno chi sono, da dove vengono, né dove vanno. Il loro mondo vaga senza proposito e con il passare del tempo diventa freddo come una cometa.»

«Non voglio essere una cometa» precisò il giovane principe, prima di chiedere, «Che cos'è un fantasma?».

«Un fantasma è un'immagine priva di contenuto, un'ombra, un'apparenza carente di materia.» Quindi aggiunsi: «C'è gente convinta che i fantasmi non esistano. Io invece credo di sì, e che siano anzi molto numerosi, sparsi un po’ dappertutto. Per me, i fantasmi sono le persone che non hanno cuore.»

«Non voglio essere neanche un fantasma», rifletté il giovane principe, sempre più consapevole di quanto sia difficile crescere.

«In questo caso, non tradire i tuoi desideri, e non seppellirli dentro di te finché non saranno morti di stenti. Impara a combinare la realtà con le tue aspirazioni. Da’ il meglio di te, in tutto ciò che fai, come riflesso del tuo spirito, e offri il meglio di te ai tuoi simili, come riflesso del tuo amore. Vedrai che il mondo diventerà come quegli specchi deformanti, che riflettono e restituiscono ingigantito tutto ciò che darai senza un secondo fine. Perché l'unico modo di circondarti d'amore è offrirlo agli altri. A un certo punto, ti troverai a dover scegliere tra un mondo che gira solo intorno a te, come nell'infanzia e un mondo aperto agli altri, quello della maturità. Sarà allora che dovrai spogliarti dei tuoi capricci, delle norme rigide e dell'egolatria per crescere nella convinzione di difendere principi più nobili. Ama te stesso e riuscirai ad amare gli altri. Ama i tuoi sogni e portai usarli per costruire un mondo caldo e bello, pieno di sorrisi e di abbracci. Sarà un mondo in cui avrai voglia di vivere, che girerà su un'orbita multicolore. Se ci credi davvero e lo costruirai giorno dopo giorno in ogni tuo gesto, quel mondo diventerà possibile. E sarà la ricompensa delle tue buone azioni, perché non ho mai visto nessuno godere pienamente di una felicità immeritata. Solo le persone che amano davvero sono come stelle, e la loro luce continua a brillare su di noi anche dopo che se ne sono andate. »

Quando parlò, sentii l'emozione e il fervore vibrare nelle sue parole: «Quando morirò, voglio diventare una stella. Insegnami a vivere in modo che possa diventare una stella». Poi tenendo abbracciato il suo cagnolino, appoggiò la testa al finestrino.

«Non posso insegnarti una formula precisa», risposi in tono dolce. «Non sono un maestro di stelle. Posso offrirti soltanto le cose che ho imparato nella mia vita, una manciata di verità che, come tutte le verità, si possono trasmettere solo attraverso l'amore. Ma tu, come tutti noi, serbi dentro di te la capacità di amare, e tanto basta, non ti serve altro. Quando hai qualche dubbio, cerca dentro di te, e se avrai abbastanza pazienza, troverai sempre la risposta giusta.»

Ma ormai non mi ascoltava più. Forse aveva scoperto che nella terra dei sogni tutti possiamo essere principi e stelle.


giovedì 23 aprile 2015

Non ora, non qui - Erri de Luca


“Finché ebbe luce negli occhi, mio padre fece fotografie. Un intero scaffale si riempì di immagini nostre riprese nelle circostanze speciali come nelle comuni. Durò dieci anni, non di più, la raccolta: gli anni del primo benessere e della caduta della sua vista. Resta così documentata fino al dettaglio una sola età, forse l'unica che sono riuscita a dimenticare. Gli album, gli archivi non mi sorreggono la memoria, invece la sostituiscono.”

Non ora, non qui. Ho scelto questo libro dal titolo, lo ammetto, poche parole che richiamano al lontano hic et nunc e ne costituiscono la negazione. Non ora, non qui.
Sulla copertina una frase : “ Mi torna in mente il passato con parvenza di intero”.
Non c’è voluto molto a convincermi. Lo compro. A casa, dopo un mesetto decido finalmente che è arrivata l’ora di leggerlo. Già dalle prime pagine riesco a  catapultarmi nell’infanzia dell’autore. Un libro che dà sfogo alla memoria di un adulto-bambino, intrappolato in un rapporto ancora poco chiaro con la madre, vera intestataria del discorso, a cui finalmente si apre, dedicandole queste pagine.  Il racconto di un’infanzia passata in un’umile casa nel vicolo a Napoli, a contatto con la povertà e poi, il riscatto da una vita di durezze e sacrifici attraverso il trasloco, accolto non felicemente dall’autore, che segna così il passaggio dalla fanciulezza all’adolescenza, portandolo a scontrarsi con le amarezze di questa età e a dover sopportare un cambiamento interiore di cui non si capacita. Libro introspettivo e catartico, in cui si traccia un percorso di risalita tra i ricordi cercando così di restituire forma al passato.

Federica C. 

domenica 29 marzo 2015

Il miniaturista - Jessie Burton


“Il funerale dovrebbe essere una cosa tranquilla, perché chi finisce nella bara non aveva amici. Ma le parole, ad Amsterdam, sono come l'acqua, intasano le orecchie e da lì comincia il marcio, e l'angolo orientale della chiesa è pieno. La donna osserva la scena al riparo degli stalli del coro, mentre membri delle corporazioni con le mogli si avvicinano alla tomba aperta come formiche al miele. Li raggiungono poco dopo impiegati della VOC e capitani di nave, reggenti, fabbricanti di dolci e infine lui, con il solito cappello a tesa larga in testa. La donna cerca di compatirlo. La pietà, a differenza dell'odio può essere chiusa in una cassa e messa da parte.”
________

Nella Oortman è davanti al suo futuro. A separarli soltanto una porta e i segreti celati aldilà di essa, cose che lei non immagina neanche (e neanche noi), ansiosa com'è di essere accolta nella vita dell'uomo che ha appena sposato, felice che la sua esistenza da ragazza nubile si trasformi finalmente in un'esistenza da donna. Davanti a questa porta ci siamo anche noi lettori, già attaccati al destino di Nella dal momento stesso in cui ha tirato il battente a forma di delfino, trasportati da una corrente rapida di parole nel ritmo nevrotico delle frasi al presente. Quello che succede dopo, quando la porta si apre, è un turbinio di eventi che trascinano Nella molto lontano dalla vita che aveva immaginato per sé stessa, ma al tempo stesso, ravvivano la sua curiosità, mettono alla prova il suo coraggio, risvegliano le sue paure. 
Presto l'occupazione principale di Nella, oltre a cercare di sbrogliare l'intricata matassa di eventi disorientanti, diventerà arredare una casa in miniatura, con delle copie minuscole ma perfette di tutti gli abitanti della casa che riproduce: Nella, la nostra compatita protagonista, il marito sfuggente Johannes, la cognata indisponente Marin, i servi astuti Otto e Cornelia, e Dhana e Rezeki, i cani fedeli. Per farlo Nella si rivolgerà al miniaturista, figura ombrosa ed evanescente, che nel libro non sembra essere niente più che un nome sulle Pagine di Smit, un registro di tutti gli artigiani ed esercizi della città. Nella e il miniaturista non si incontrano mai, se non nello scambio reciproco di messaggi scritti, nell'inquietante identicità della vita custodita tra le mura della casa e le figurine plasmate dalle abili mani del miniaturista. 

Di accadimenti e colpi di scena, questo romanzo è pieno. Ciò che gli manca è quello che amo di più delle storie,  è quel piccolo dettaglio che trasforma eventi bizzarri in storie credibili, la potenza narrativa che filtra gli eccessi della fantasia e la rende compatibile con il reale, pur rimanendo esattamente il tipo di evasione favolistica che stiamo cercando, la storia che vogliamo sentirci raccontare.


mercoledì 18 febbraio 2015

Dio di illusioni - Donna Tartt



Titolo originale: The secret history
 Pagine: 622 


Con i libri belli è un bel problema. Nel senso che quello che vorrei dire su di loro mi appare sempre troppo superfluo, e forse non è nemmeno una questione di impressioni soggettive, semplicemente è superfluo. Ultimamente mi capita di finire un libro e di ricamarci sopra un sacco di frasi che cominciano con un però. "Però si sarebbe potuto concludere in un altro modo", "Però non mi è piaciuto questo passaggio", però, però, però. Stavolta niente ma, niente però.

Un college, cinque ragazzi che si estraniano da tutti gli altri studenti, per frequentare un corso di greco, nel grande studio di un eccentrico professore. Nel loro piccolo mondo i cinque accolgono un nuovo studente, Richard Papen ai cui occhi, loro appaiono come creature leggendarie. Ne rimane infatti tanto ammaliato da assecondarne ogni capriccio, ogni sprazzo di follia, fino a che succede qualcosa che tramuta degli studenti atipici in gelidi assassini.

Alla fine non sapevo nemmeno che cosa pensare. Il primo, primissimo, impulso, appena girata l'ultima pagina, è stato quello di rileggere tutto dall'inizio. E l'ho anche fatto, per qualche pagina, per poi rendermi conto che era assurdo. Ma lasciare quei personaggi, quella storia, quello stile sembrava impossibile. La storia così tragica, o meglio, così tragicamente verosimile, dovrebbe imporre l'abbandono della lettura a qualsiasi lettore assennato, che si renda conto che quello che c'è scritto in questo romanzo, non ha niente di umano, eppure è così umanamente possibile. Cose peggiori di questa accadono sempre, ovunque, eppure fingiamo ancora di meravigliarci se siamo in grado di saltare senza problemi l'abisso che c'è tra il bene e il male, tra quello che ci è stato detto che è giusto fare e quello che siamo portati a fare. Esseri umani e non esserlo. Ma cos'è più umano, la compassione, la pietà verso gli altri o l'irrefrenabile istinto di conservazione?


Quello che accade, quando i protagonisti decidono di smettere ogni finzione, di trasformare in realtà quello che segretamente complottano, è indicibile, eppure sembra l'unica evoluzione possibile per la storia. Qualsiasi altra possibilità, che non sia così irreversibile, è preferibile per noi che leggiamo, ma impossibile per i protagonisti, che scelgono l'unica soluzione da cui non si può tornare indietro, la migliore per chi ha un cuore di ghiaccio, o per chi un cuore non ce l'ha proprio e non ha intenzione di lasciarsi scalfire da ogni ragionevole dubbio. Si deve procedere subito in fretta, senza curarsi del dopo.


Al dopo si lasciano sempre i sensi di colpa, ma qui per i sensi di colpa, non c'è tempo, non c'è spazio. C'è spazio soltanto per la prossima mossa, a cui bisogna pensare prima che diventi troppo tardi. Troppo tardi per i protagonisti è un tempo che non deve esistere, per loro c'è solo il futuro immediato, non il passato da infangare di rimorsi. Loro pensano a rimanere uniti, a proteggersi a vicenda, nonostante le innumerevoli crepe che minacciano di separarli, forse per sempre. Non esistono morti da piangere, rimorsi da accogliere nella coscienza, certo sono dispiaciuti, stanno male  “ma non così male da voler andare in prigione”. Loro sono quelli a cui è stata concessa l'appartenenza a un circolo esclusivo, eppure di esclusivo non hanno che la loro pretenziosa conoscenza del greco. Sono esseri normali, ciascuno con i suoi scheletri nell'armadio, eppure si esiliano da tutto e da tutti, lontani dalle logiche troppo comuni della vita universitaria, studenti come numeri. Si ritengono abbastanza superiori da tentare di possedere la bellezza della conoscenza, quella che è oltre i nostri occhi, oltre le nostre coscienze. Quella a cui si può arrivare soltanto liberandosi di se stessi, dei propri corpi ingombranti. Sono pronti a votarsi a un'illusione, pronti a tutto perché questa soverchi la realtà, le si sostituisca in un pericoloso smarrimento dei sensi.
Quando lo si legge nel libro, la rivelazione fa l'effetto di un pugno nello stomaco. 

 (Segue spoiler)
«Non so da dove cominciare.» Si fermò e bevve. «Ti ricordi quest'autunno, alla lezione di Julian, quando studiammo ciò che Platone chiama follia iniziatica? Bakcheia? Estasi dionisiaca?»
«Sì» risposi, impaziente. Era tipico di Henry tirar fuori un simile argomento proprio ora. 
«Be', decidemmo di provare a raggiungerla.»
Per un attimo pensai di non aver capito bene. «Cosa?» chiesi.

Esattamente: cosa? Ma è proprio questo l'evento scatenante. Ci provano diverse volte, si prendono seriamente, sono sempre più vicini all'obiettivo, ma devono fermarsi perché qualcosa, qualcuno li blocca. Il più ridanciano del gruppo, che non prende abbastanza seriamente la faccenda, deve essere escluso. Difficile da credere, ma questi attori dalle mille perfezioni, giovani, intelligenti, commettono un errore gravissimo. E tutto il resto del libro parla di loro che ne pagano le conseguenze.
Staccarsi dalla vicenda è impossibile. I personaggi hanno un fascino incredibile, ognuno illuminato dalle proprie peculiarità, che invece di renderli abietti e immorali, ne fanno tra i personaggi più interessanti di sempre. E Donna Tartt rende tutto ancora più grande e magnifico, con il linguaggio, pieno, ricco di sfumature, poetico a tratti, intrigante sempre.

“Il greco era ostico, e io ancora sotto gli effetti del bere: così mi ci ero applicato talmente a lungo che le lettere non mi parevano più tali, bensì qualcosa d'altro, indecifrabili orme d'uccello sulla sabbia. Fissavo fuori dalla finestra, in una sorta di trance, verso il prato con l'erba tagliata corta, simile a un velluto verde brillante risalente sino alle lussureggianti colline all'orizzonte, quando vidi in lontananza i gemelli, che planavano sul prato come una coppia di spettri.”


“La neve sulle montagne si stava sciogliendo e Bunny era già morto da molte settimane prima che arrivassimo a comprendere la gravità della nostra situazione. Era già morto da dieci giorni quando lo trovarono, sapete. Fu la più grande battuta della storia del Vermont - polizia dello Stato, FBI, persino un elicottero dell'esercito; il college chiuse, la fabbrica di colori ad Hampden serrò i battenti, la gente veniva dal New Hampshire, dal nord dello Stato di New York, addirittura da Boston.” 

lunedì 9 febbraio 2015

Il baco da seta - Robert Galbraith (o J.K Rowling)



Eccomi qua, per la prima volta, dopo tutti gli Harry Potter, dopo Il seggio vacante e Il richiamo del cuculo, a parlare dell'ultimo (grande) lavoro di una mente magica. Mi sembra quasi di conoscerla bene, questa scrittrice che da due libri a questa parte, si firma con pseudonimo, anche se tutti ormai sappiamo benissimo chi è; certo, non l'ho mai sentita parlare, non conosco il modo in cui ride, né, se e come gesticoli, ma mi sembra quasi di vederla, mentre scrive, nel luogo che ha predestinato alla scrittura e disseminato di fogli ricoperti di appunti, con la testa lievemente inclinata, concentrata a scrivere quello che probabilmente incanterà centinaia di persone. Il baco da seta, a incantare ci riesce pienamente.Il primo sbocco di questa nuova vena che pulsa di sangue di detective, aveva un nome strano che non evocava nulla se non l'eco ridondante di un orologio a cucù: Il richiamo del cuculo, si faceva leggere e anche velocemente. Come per l'esito di una magia assorbita dalle pagine, anche stavolta si arriva alla fine senza rendersi conto che i segnali di chiusura si sono già infilati prepotentemente tra le pagine. 
«Anche se non gli piaceva il soprannome affibbiatogli da Anstis, "Mystic Bob", in quel momento Strike percepiva l'avvicinarsi di un pericolo, quasi come quando aveva previsto che il Viking stava per saltare in aria con loro dentro. La chiamavano intuizione, ma lui sapeva che si trattava piuttosto di riuscire a cogliere sottili segnali, di fare due più due a livello inconscio. Il ritratto dell'assassino stava emergendo dalla massa incoerente di indizi, ed era un'immagine terribile e spietata: una mente ossessiva e violenta, calcolatrice, geniale, ma profondamente disturbata».
Sembra quasi la formula di un libro di magia che insegni come fare un buon incantesimo di scrittura, basta che a pronunciarlo sia chi conosce il segreto della letteratura e non si cura di mostrarlo anche agli altri. Incuriosire il lettore, fare breccia nel suo cuore, con l'accattivante promessa di andare a caccia di un assatanato e folle omicida, sembra per la Rowling facile come bere un bicchier d'acqua, e per noi, lettori dal cuore fin troppo potter-labile, seguirla nella costruzione di una storia avvincente e inarrestabile, lo è altrettanto. Immediata, la connessione che si stabilisce sin da subito tra le chiare premesse della trama nelle prime pagine e le aspettative del lettore. In mezzo, a  fare da spartiacque, la narrazione fluida e lineare, senza pause, solo forse con qualche forzatura di troppo, e i dialoghi semplici e ritmici, che dicono tutta la verità su chi parla, senza lasciare niente nascosto,  o quasi, permettendoci di estrarre il contenuto di ogni personaggio dal bozzolo di mistero in cui è rinchiuso. 
L'ho cercato questo riferimento, non affatto casuale, perché i titoli dei romanzi sono sempre l'elemento che mi suscita più meraviglia, dato che ogni volta mi arrovello per cercarne il significato, a meno che non sia chiaramente spiattellato dall'autore. Qui invece ne è lento e graduale lo svelamento, perché direttamente collegato alla trama, al modo in cui muore la vittima, che finisce per diventare un bombyx mori, il titolo del suo stesso romanzo, un baco da seta. Riecheggia anche in questa, come in ogni sua produzione, la simpatia che l'autrice ha per il latino, (passi delle opere di Virgilio comparivano ne Il richiamo del cuculo), per la drammaturgia, per tutte quelle cose che si è presa la briga di inserire nel libro per noi, non solo per la scelta del Bombyx mori ma anche per le frasi in latino disseminate copiosamente nel libro e i frammenti di drammi inglesi, presi in prestito da Shakespeare, Webster, Marlowe, Kyd, Congreve e Jonson.

Ah, ah, ah! Tu ti intrappoli nel tuo stesso lavoro come un baco da seta.
John Webster, Il diavolo bianco.

Arrivata alla fine di questo libro, l'ho immaginata ancora, questa scrittrice inglese dalle mille idee straordinarie, seduta a comporre lentamente l'ultima parola, con un sorrisetto ironico sulla faccia, conscia di aver scritto l'ennesima, brillante, storia. 


I.
«Sarà meglio» mormorò la voce rauca all'altro capo della linea, «che sia morto qualcuno di grosso, Strike».
L'uomo alto, robusto e mal rasato sorrise tra sé, mentre camminava con passo pesante nel buio prima dell'alba, il telefono incollato all'orecchio.
«Più o meno».
«Ma sono le sei del mattino, porca puttana!»
«Le sei e mezza. Ma se t'interessa quello che ho in mano, devi venirtelo a prendere» disse Cormoran Strike. «Non sono lontano da te. «C'è un...»
«Come fai a sapere dove abito?» chiese la voce.
«Me l'hai detto tu» rispose Strike, soffocando uno sbadiglio. «Stai vendendo il tuo appartamento».
«Oh» fece l'altro, ammorbidito. «Hai buona memoria».
«C'è un bar aperto ventiquattr'ore su...»
«Fanculo. Passa dopo in ufficio...»
«Culpepper, stamattina ho un altro cliente, che mi paga meglio di te. Sono stato sveglio tutta la notte. Questa roba ti serve adesso, se hai intenzione di usarla».
Un gemito. Strike sentì frusciare le lenzuola.
«Spero che sia una bomba, cazzo».
«Smithfield Café, sulla Long Lane» disse Strike, prima di chiudere la comunicazione.

sabato 31 gennaio 2015

The strange library - Haruki Murakami




Editore: Harvill Secker

Pagine: 77
Prezzo: 16,50


Sinossi
Mentre torna a casa da scuola, il giovane protagonista di The strange library, si chiede come venissero riscosse le tasse nell'impero Ottomano. Va quindi in libreria per trovare qualche libro sull'argomento. Quando chiede informazioni gli viene detto di andare nella stanza 107. Qui, uno strano vecchietto dall'aria inquietante, costringe il ragazzo a leggere degli enormi tomi sull'impero Ottomano. Per leggerli però il ragazzo dovrà servirsi di una speciale stanza per la lettura che si trova alla fine di un lungo labirinto nei sotterranei della biblioteca. 


Ha l'intensità di un breve incubo molesto, questa nuova storia di Murakami. Se ne è infastiditi e insieme allettati, come succede spesso nei sogni, che ci portano dove non vogliamo ma non possiamo fare a meno di andare, ai limiti della nostra coscienza, negli spazi inesplorati durante il giorno, che inevitabilmente ci risucchiano quando siamo al buio, incoscienti e indifesi.


È difficile credere che qualcosa come quello che è raccontato in The strange library, possa accadere veramente, ma questo è il senso delle illusioni create da Murakami, il valore aggiunto della sua scrittura stravagante e onirica, la negazione di tutto ciò che è verosimile e reale, la percezione che le cose vere possano trovarsi solo alla fine di un sogno, dove non si arriva mai tutti interi, ma sempre a pezzi, confusi e stanchi come alla fine di tutti i viaggi che hanno come meta noi stessi, il fulcro della nostra mente popolata da mostriciattoli, il centro del nostro cuore abitato da paure indicibili e terrificanti. 

Allora risulta facile credere a tutto quello che ci viene propinato durante la lettura, persino a quello che sembra illogico ed eccepibile, si lascia fare tutto, a Murakami,  ci si lascia condurre dentro a un labirinto immenso, come se fosse uno scherzo che finirà presto, un gioco in cui possiamo inventare tutto, reinventare persino noi stessi ma ogni parola che diciamo o sentiamo giunge alle nostre orecchie come l'eco di una vita che abbiamo già vissuto e che non ricordiamo più, che ci appare quindi vicina ma allo stesso tempo distante. 

I dialoghi sono forse ciò che amo di più dello stile di Murakami, i personaggi dicono sempre qualcosa che non mi aspetto, qualcosa che deve sembrare ragionevole nella loro ottica, e che nel mondo reale non lo è, qualcosa che alla fine si è costretti ad accettare, un'allucinazione che soppianta la realtà fino a prenderne completamente il posto. L'effetto è uno straniamento totale dai comuni codici di comportamento che ci impongono di non dire cose strane, di fare discorsi che abbiano un senso pratico, di applicare alla realtà i filtri che usiamo ogni giorno e che ci permettono di interpretarla lucidamente. Murakami con le sue storie ci invita a deporre questi filtri e a costruirne di nuovi, un nuovo paio di occhiali che funzionino come una potente lente di ingrandimento, per scandagliare la realtà fino al punto in cui credevamo di non poterla più distinguere.

Lievemente più inquietante di qualsiasi altro suo lavoro, forse al pari finora solo di Dance dance dance e L'elefante scomparso e altri racconti, questo breve racconto è così murakamiano che potremmo attribuirne la paternità anche senza il suo nome scritto a caratteri cubitali sulla copertina.

Sono quattro stelle, e non cinque, per la brevità del racconto, per il carattere inquietante della storia e dei personaggi, per il finale che non mi ha proprio convinta. 

venerdì 30 gennaio 2015

Zia Antonia sapeva di menta - Andrea Vitali


Il mondo della zia Antonia si è improvvisamente ristretto. È diventato piccolo come una camera in una casa per anziani, dove zia Antonia trascorre quel che le resta della vecchiaia, sonnecchiando indolente sotto un manto di coperte e dentro una coltre di odori contrastanti, perché da qualche giorno nella stanza si sente un forte odore di aglio e il piacevole profumo di menta delle caramelle che la zia Antonia mastica in quantità non è più che una soffice nuvoletta, il segno di una bontà che sta svanendo nella scia pestifera di intenzioni più grandi e meschine.

Ma dove viene questo odore di aglio? È quello che cercheranno di capire suor Speranza e il dottor Aloisio Fastelli impiegando ogni mezzo per rinvenirne la fonte. Che sia una visita inaspettata da un parente redivivo dall'indifferenza, forse? Molto probabile perché la zia Antonia non è completamente viva né completamente morta eppure è, ora, più preziosa che mai.


“Invisibile ma presente.
Inconfondibile. Solo lui era così.
E sembrava impossibile che fosse lì dentro.
Eppure...
Entrato nella stanza, Ernesto Cervicati si era improvvisamente fermato davanti a quel muro fantasma, ma dotato di una sua solidità. Aveva annusato. Una, due, tre volte, tirando su discretamente con il naso.
Non c'era da sbagliarsi, era odore di aglio.”

_____

C'è un piccolo segreto nascosto tra queste pagine, si intravede a tratti, tra le righe, come il miraggio di una scoperta imbarazzante. Alcune cose sono così, non si possono dire a voce alta, devono rimanere confessioni sottovoce, confidenze non richieste ma ugualmente ambite da chi quei segreti non li conosce. Solo pochi sono i fortunati che ne vengono messi a parte, ma non è così scontato che si tratti di fortuna. Quando un'ultraottantenne che ha tutta l'aria di stare per morire decide di esaurire le sue ultime forze in un ostinato sciopero della fame per una segretissima quanto valida ragione, qualcuno è costretto a farsi carico a sua volta del segreto per custodirlo preziosamente.
Andrea Vitali sa tenere bene i fili del gioco, tenderli e allentarli al momento giusto, come un abile romanziere che conosca bene i mezzi per conquistarsi la stima e la fiducia del lettore.
Ho letto il libro con la solita paura del primo incontro, paura che da pesante come un fardello si è fatta sottile come una linea di fumo, già dopo le prime frasi. La storia ha il garbo delle cose semplici e la scrittura è ricca, brillante e ironica, senza tentennamenti o momenti di noia. Il tempo scorre veloce e la fine arriva presto, tanto presto da rendere subito indispensabile un altro Vitali, un'altra iniezione vitale di ironia e buonumore.

lunedì 26 gennaio 2015

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger


Sinossi: Clare e Henry si conoscono da sempre. Il destino ha fatto in modo che ciò accadesse, li ha legati per sempre oltre il tempo, oltre ogni barriera, oltre la terribile malattia di Henry che lo costringe a saltare da un'epoca all'altra, senza intenzionalità o preavviso, semplicemente perché è così che deve andare. È così che è stato deciso e trasmesso dentro di lui, nell'anomalia di un gene mutato. Eppure ciò non impedisce a Henry di riempire ogni attimo della vita di Clare, sia quando è presente che quando non c'è. 

Incipit: "Clare: È dura rimanere indietro. Aspetto Henry senza sapere dov'è e se sta bene. È dura essere quella che rimane. 
Mi tengo occupata così il tempo passa più veloce. 
Vado a dormire da sola e mi sveglio da sola. Faccio passeggiate. Lavoro fino a stancarmi. Osservo il vento giocare con la robaccia rimasta sepolta tutto l'inverno sotto la neve. Finché non ci si pensa sembra semplice. Perché l'assenza intensifica l'amore? 
Tanto tempo fa quando gli uomini andavano per mare, le donne li aspettavano sulla spiaggia, scrutavano l'orizzonte in cerca della piccola imbarcazione. Adesso io aspetto Henry. Lui scompare senza preavviso e involontariamente. Io lo aspetto. Ogni minuto d'attesa dura un anno, un'eternità. Ogni minuto scorre lento, trasparente come vetro. Attraverso ogni minuto vedo un'infinità di minuti in fila, in attesa. Perché se ne va dove io non posso seguirlo?"


La mia esperienza con questo libro ha prodotto decine di momenti in cui mi sentivo sopraffatta dalla potenza della scrittura della Niffenegger e dalla bellezza della storia, momenti in cui pensavo che sarebbe stato difficile, qui sul blog, descrivere esattamente quanto mi è piaciuto questo romanzo, il misto di trepidante esultanza e di triste dolcezza, la sensazione che il tuo cuore stia per essere svuotato e poi riempito di nuovo con emozioni più dense e pesanti. Ci si sente inermi e spezzati a sapere che il tempo è solo un'infinita collezione di eventi che non possono essere evitati, ma solo rivissuti o riguardati, senza poter fare assolutamente nulla per cambiare delle cose che hanno già deciso dove andare, e tu andrai con loro.

giovedì 15 gennaio 2015

Jezabel - Irène Némirovsky


Gladys Eysenach ha ucciso un uomo.
Gladys Eysenach ha avuto molti amanti.
Gladys Eysenach ha una figlia che ama meno di quanto ami sé stessa.
Gladys Eysenach è bellissima.
Gladys Eysenach è una donna crudele.
Gladys Eysenach è il desiderio di ogni uomo.

Scritta nera su copertina rosa polvere con foto in bianco e nero: una donna di cui non si vede il volto perché ripresa di spalle, ma di cui si può intuire la bellezza. Jezabel.  Nome che pronunciato piano sembra un sussurro sinistro, l'eco dei gesti crudeli, delle intenzioni sconsiderate di Jezabel, personaggio dell'Athalie di Racine su cui è costruito il parallelismo del titolo.
 È il nome del libro che ho scelto stavolta e con cui mi avvicino alla produzione di Irène Némirovsky, scrittrice ebrea francese così prolifica che con i suoi libri ci si potrebbe costruire una piramide.
Eccolo tra gli scaffali pieni di possibili letture un libro di cui non avevo mai sentito parlare ma che con una trama intrigante mi prometteva di essere il libro che stavo cercando.

L'ho letto al rallentatore perché Jezabel è il  tipico libro che leggo dieci pagine per volta, a piccole dosi, come si somministrano le medicine amare. Proprio come per una medicina, sai che può farti bene e male allo stesso tempo. È un libro bello per certi versi, brutto per altri. A tratti ti piace, a tratti ti annoia. È un libro dalle prime e ultime volte, il libro che compri, leggi, riponi, dimentichi.

La Némirovsky ha preso una donna e ne ha fatto la più terribile delle creature, la più detestabile delle protagoniste. Non ha avuto pietà per lei, scrivendone, né ha fatto in modo che lettori ma soprattutto lettrici potessero provarne leggendone. E come si potrebbe? Chi proverebbe a immedesimarsi in un individuo che sembra aver venduto ogni pezzo di anima per una decina d'anni in meno, che non è capace di empatia né di qualsiasi altra forma di umana comprensione? Una donna, bella come tutte le donne vorrebbero essere, come la donna che tutti gli uomini desiderano al proprio fianco, così consapevole di esserlo da risultare pericolosa per sé stessa e per gli altri. Una donna reale, non soltanto una creazione letteraria. Jezabel, Gladys sono ritratti scanzonati di donne diverse che appartengono allo stesso prototipo di donna, ossessionata dalla propria bellezza, inebriata dal proprio potere di seduzione, conquistatrice quasi mai conquistata.
Scrittura scorrevole e leggibile, guarnita ogni tanto da frasi come questa:

"Gli anni erano passati per Gladys con la rapidità dei sogni. E a mano a mano che invecchiava, sembravano ancora più lievi, le parevano essere volati via ancora più in fretta."


"Una donna entrò nella gabbia degli imputati. Nonostante il pallore, nonostante l'aria stanca e stravolta, era ancora bella; solo le palpebre, di forma squisita, erano sciupate dalle lacrime e la bocca aveva una piega amara, ma la donna sembrava giovane. I capelli erano nascosti dal cappello nero.
Con un gesto automatico si portò le mani al collo, cercando, probabilmente, le perle del lungo sautoir che lo ornavano un tempo, ma il collo era nudo; le mani esitarono; con un movimento lento e desolato lei si torse le dita e dal pubblico trepidante che seguiva con lo sguardo ogni suo minimo gesto si levò un sordo mormorio."

Voto:
Tre stelline e mezzo per lo stile, per l'inizio che fa presumere che ci sia qualcosa da scoprire, per il finale che conferma questa ipotesi riscattando il romanzo dalla piattezza della storia.